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La «compagnia emotiva» di un robot entra in casa per soli 17.600 dollari

In Cina sono in vendita umanoidi per il consumo domestico, pensati per essere dei compagni delle persone, anche contro solitudine e isolamento
Uno dei robot umanoidi U1 dell'azienda cinese Ubtech Robotics
Uno dei robot umanoidi U1 dell'azienda cinese Ubtech Robotics

Se non li avete ancora visti, un salto su Youtube può dire più di mille parole. Stiamo parlando dei robot umanoidi creati dall’azienda cinese Ubtech Robotics di Shenzhen, gli U1, ritrovati tecnologici che sembrano uscire da un racconto di Asimov. E non solo per le loro fattezze esteriori, quanto mai somiglianti a esseri umani pur in una loro forma bellissima e stereotipata, quanto anche per l’uso per il quale sono stati immessi sul mercato del consumo domestico.

La società cinese – ha una patrimonializzazione sul mercato azionario di Hong Kong di 6,1 miliardi di euro – li promuove infatti come compagni per persone che necessitano di «compagnia emotiva», portando nel mondo dei sensi quella tendenza che con i chatbot generativi era già entrata nella galassia del nostro immateriale. Ed è questo il punto sul quale qui vale la pena focalizzarsi, trattando questa rubrica di innovazione e non certo di psicologia. Non andremo perciò a scandagliare in modo approssimativo i motivi che spingono qualcuno ad aver bisogno di una compagnia robotica. Ciò che interessa è invece il fatto che tatto, udito e vista diventino partecipi del rapporto uomo-macchina: è un cambio di paradigma, certamente atteso ma non per questo meno rivoluzionario.

Se ne parlava già in relazione a Industria 4.0, con la smaterializzazione degli oggetti fisici resa possibile dalla loro replicabilità in qualsiasi parte del mondo attraverso un file e una stampante 3D. Ora questo rapporto entra nelle case private, al prezzo di partenza, non certo modico, di 17.600 dollari (ma c’è una versione che ne costa oltre 145.000).

Questa non è la sede per stabilire se ciò sia un bene o un male, o se non rientri in alcuna delle due categorie. Si può solo constatare che le aziende tech hanno capito che alla fine delle finite sono le persone le dirette interessate del loro operare. Perché perciò non puntare laddove c’è più spazio per inserirsi, entrando in quelle case inaccessibili (più o meno) dalla porta principale, su due gambe e con un bel sorriso di silicone stampato in faccia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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