Taglio drastico agli incentivi di Transizione 5.0: il Consiglio dei ministri del 27 marzo ha ridotto al 35% il credito d’imposta per le imprese rimaste escluse per esaurimento fondi, aprendo un fronte critico tra Governo e sistema produttivo. La misura riguarda 7.417 progetti già presentati e ritenuti ammissibili, ma rimasti in lista d’attesa. Per queste aziende, il beneficio effettivo scende drasticamente, ben al di sotto delle aliquote originarie e persino inferiore a quelle del precedente piano Transizione 4.0. Un ridimensionamento che incide direttamente sulla sostenibilità degli investimenti, modificando piani industriali già avviati.
Gli effetti del decreto
Non solo. Il decreto restringe anche il perimetro delle agevolazioni: saranno coperti solo gli investimenti in beni strumentali, mentre restano esclusi quelli legati ai sistemi di gestione dell’energia e agli impianti da fonti rinnovabili per autoconsumo. Una scelta che penalizza in particolare le imprese che avevano investito in tecnologie più avanzate ed efficienti, anche in chiave di transizione energetica.

Dal lato del Governo, la decisione viene motivata con il mutato contesto economico e geopolitico. «Avevamo una traiettoria definita, ma si è verificato uno shock esterno paragonabile, per prospettiva, alla crisi ucraina», ha spiegato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il vincolo delle risorse pubbliche impone quindi una selezione delle priorità: «Dobbiamo capire chi aiutare e chi incentivare», ha aggiunto, sottolineando la necessità di orientare gli interventi verso ambiti ritenuti più urgenti. Il ministro ha inoltre evidenziato come le scelte sugli incentivi derivino dalla necessità di allocare risorse limitate tra diversi fronti: dalle imprese energivore ai trasporti, fino agli interventi sui costi energetici. Si delinea così una fase nuova, in cui le politiche industriali tenderanno a privilegiare misure più mirate.
Netta la presa di posizione di Confindustria. Il vicepresidente per le politiche industriali e il made in Italy, il bresciano Marco Nocivelli, definisce il provvedimento «molto penalizzante», sottolineando come il taglio del 65% del credito d’imposta comprometta la certezza del quadro normativo. «Non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese», afferma, ricordando le rassicurazioni ricevute nei mesi scorsi.
Confindustria Brescia
Nel mirino degli industriali anche l’esclusione degli investimenti in fonti rinnovabili, in particolare quelli legati a impianti fotovoltaici ad alta efficienza, che molte aziende avevano già programmato o realizzato sulla base degli incentivi previsti.
«Esprimo profonda indignazione, a nome mio e di tutti gli industriali bresciani, per quanto previsto dal decreto fiscale pubblicato in Gazzetta Ufficiale - rincara la dose il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava -. Si tratta di una decisione grave e inaccettabile, che colpisce direttamente imprese che hanno investito rispettando le regole e confidando nel quadro normativo vigente». Non solo.

«Non siamo di fronte a una semplice rimodulazione tecnica – puntualizza l’imprenditore -, ma a una scelta che introduce effetti retroattivi e che viola il principio fondamentale del legittimo affidamento. Le imprese hanno programmato e realizzato investimenti rilevanti nel corso del 2025 sulla base di norme e indicazioni chiare. Cambiare le condizioni a posteriori significa minare la fiducia nei confronti delle istituzioni. Ancora più grave - aggiunge - è il contrasto tra quanto deciso e le rassicurazioni fornite nei mesi scorsi dal Governo, che avevano confermato la piena validità degli strumenti previsti dal Piano Transizione 5.0. Questo cambio di rotta scoraggia nuovi investimenti».
Per contenere le tensioni, Palazzo Chigi ha annunciato l’apertura di un tavolo di confronto con le categorie produttive, con l’obiettivo di valutare eventuali risorse aggiuntive in sede di conversione del decreto. A tal proposito Confindustria Brescia chiede un intervento immediato: «È indispensabile ripristinare con urgenza gli impegni assunti nei confronti delle imprese, garantendo almeno una clausola di salvaguardia per gli investimenti già effettuati. La certezza delle regole è una condizione imprescindibile per chi fa impresa e per la competitività del sistema Paese».




