La 78esima edizione della Fiera di Orzinuovi sarà l’occasione per gli imprenditori zootecnici di scambiarsi esperienze, idee ed aggiornamenti sul settore agricolo, comparto trainante dell’economia bresciana e nazionale. Un comparto, quello dell’allevamento suino, molto importante nella nostra provincia con più di un milione di animali allevati per un valore alla stalla di oltre 250 milioni di euro all’anno.
Il 2026 si sta dimostrando un anno più difficile per gli allevatori rispetto alle quotazioni dell’ultimo triennio dei suini vivi. Tuttavia in queste ultime settimane il comparto suinicolo mostra segnali di miglioramento anche grazie alla riduzione delle aree colpite da Psa (per fortuna la nostra provincia è indenne), frutto del lavoro congiunto tra servizio veterinario e allevatori.
La malattia persiste nella fauna selvatica, minacciando ancora gli allevamenti, senza dimenticare che per debellare questa malattia in Sardegna ci sono voluti 40 anni: un lasso di tempo che tutta la filiera suinicola italiana non potrebbe permettersi se vuole sopravvivere. Anche perché sul piano economico, il comparto risente del calo dei consumi e della stagnazione delle esportazioni, con la concorrenza estera, soprattutto spagnola e tedesca, che abbassa i prezzi mettendo in difficoltà l’origine italiana della carne anche nei supermercati.
Lo scenario
Inoltre le normative ambientali incidono in maniera pesante sull’allevamento suinicolo oltre ad un cambio generazionale in atto e ad uno sviluppo sempre più diffuso del contratto di soccida con i gruppi integrati. L’auspicio per questa filiera, da ormai, però, più di trent’anni, è l’unità di intenti rafforzata dalle Dop Parma e San Daniele che sono le produzioni di qualità trainanti di tutto il comparto, perché la carne fresca non è valorizzata.
Il punto
In questo momento il suino del circuito Dop è quotato dalla Commissione unica Nazionale (Cun) 1,855 euro al chilo contro i 2,155 euro al chilo dello scorso anno. Questa differenza di 51 euro a capo è dovuta principalmente ad un numero di animali macellabili più sostenuto rispetto agli anni precedenti. Gli allevatori si aspetterebbero di più.
I fattori che pesano sono soprattutto: l’aumento dell’offerta di suini in Italia e in Europa, la forte concorrenza delle importazioni a basso prezzo da Spagna e Germania, e macelli italiani che hanno lavorato sotto la loro capacità produttiva pur senza eccedenze di capi. A ciò si aggiunge la difficoltà storica della filiera nazionale nel valorizzare adeguatamente la produzione italiana. Anche perché continua da sempre l’anomalia tutta italiana che non ci sia un rapporto tra le quotazioni del prezzo del suino vivo e il prezzo della carne italiana per cui spesso succede, come questa settimana, che il prezzo del suino si alzi e quello della carne diminuisca in modo sconsiderato, favorendo l’importazione di carne dall’estero.
Un modello che la filiera dovrebbe rivedere drasticamente al più presto mettendo in discussione un mercato settimanale poco equilibrato e oggettivo, prima che qualcuno da Bruxelles arrivi a chiederne conto. Ma questi sono passaggi politici che richiederebbero tempi rapidi e senso di responsabilità ovvero due elementi che mai come oggi mancano.
I cambiamenti economici, ambientali, geopolitici sono sotto gli occhi di tutti e quindi occorrerebbe, per il futuro della filiera suinicola, tirare fuori dal cassetto una politica di sviluppo e di promozione della qualità italiana di carne e salumi.



