Insostenibile. Così è percepito, dagli allevatori, il calo dei prezzi dei suini. Di fatto in questo momento diminuiscono i ricavi e aumentano i costi. Basta pensare che giovedì il mercato della Cun di Mantova ha quotato i suini in calo a 1,571 euro al chilo. Lo scorso anno nella stessa settimana di quotazione il listino dei suini Dop era a 1,919 euro al chilo, con una differenza di circa 60 euro a capo. Non solo. La media di prezzo da inizio anno per gli allevatori è pari a 1,596 contro una media del 2025 di 1,883 euro al chilo.
Anche chi vende i suinetti, rispetto agli ultimi anni, non sta passando un bel momento. I suini da 30 chili sono venduti da inizio 2026 mediamente a 95 euro a capo contro i 119 euro di media del 2025. Così, con questi listini traballa, dopo un triennio di prezzi soddisfacenti, la tenuta economica degli allevamenti perché i costi di produzione sono invece in aumento rispetto ai ricavi. In particolare l’allarme è per la Lombardia (con Brescia a livello top con circa 1,4 milioni di capi allevati, per un valore prossimo ai 350 milioni di euro) ed Emilia-Romagna, che sono il cuore della suinicoltura italiana: stanno vivendo forte tensione sulla redditività degli allevamenti.
Il quadro
Nelle ultime settimane il mercato suinicolo italiano sta mostrando un calo importante dei prezzi, soprattutto sul suino pesante destinato ai circuiti Dop. A inizio gennaio 2026 il prezzo era ancora vicino a 1,67 euro/kg, quindi in pochi mesi il ribasso è stato molto marcato. Alcune analisi parlano di oltre il 20-24% di perdita rispetto ai picchi precedenti.
Fra le cause che le organizzazioni rappresentanti degli allevatori di suini indicano come principali vi sono ragioni che si susseguono ormai da diverso tempo: timori legati alla peste suina africana, aumento dell’offerta di suini in Italia e in Europa e pressione sui prosciutti e tagli destinati alle Dop, con quotazioni in calo per cosce e lombi.
Per Confagricoltura stiamo assistendo a sei mesi di calo drammatico con allevatori «sottocosto» già da dicembre senza contare l’effetto devastante della Psa in Spagna, che avrebbe riversato enormi volumi di carne sul mercato europeo. Sempre di Confagricoltura è la definizione di mercato duale: i prosciutti Dop hanno una domanda forte ma gran parte della carne fresca subisce la concorrenza estera a basso prezzo.
Di sicuro in questo periodo per gli allevatori si registra un forte peso dei costi per energia e alimentazione, ma anche la mancanza di interventi concreti di promozione dei consumi del Made in Itaky con il forte rischio di sostituzione della carne italiana con quella importata.

Le proposte
Di soluzioni condivise si è parlato spesso ma pesa la frammentazione, le divergenze ed i differenti punti di vista che caratterizzano tutta la filiera: da monte a valle. E così come spesso è accaduto in passato, in questi momenti di mercato, si rispolverano vecchie (ma valide) ricette per superare la crisi: sostegno al reddito, ristrutturazione dei debiti degli allevamenti, revisione delle normative ambientali e maggiore tracciabilità della carne italiana.
Sotto la lente ci sono anche le differenze spesso non oggettive tra il valore dei tagli di carne italiana e il prezzo pagato agli allevatori, lo squilibrio della filiera dop, la debolezza di marginalità della fase di macellazione e le importazioni ormai senza limiti a prezzi di saldo di carne da Spagna e Germania. Difficile però vedere un varco per una soluzione che si possa replicare nel tempo.
Tutti gli anelli della filiera sono sotto pressione visto anche il calo dei consumi: tema quest’ultimo che affiora pesantemente nelle ragioni delle industrie di trasformazione e nella parte a valle. Senza contare i maggiori costi energetici e un export – causa peste suina africana – più difficile verso paesi extra Ue. Anche se per la peste suina va registrato, almeno in Lombardia, un grande miglioramento della situazione epidemiologica riconosciuta anche dall’Unione Europea con la revisione delle zone di restrizione. In questa situazione gli allevatori suinicoli bresciani confidano che con l’estate e l’arrivo i consumi di carne e di salumi possano migliorare, in coincidenza con un calo di offerta di animali vivi che storicamente in agosto raggiunge la punta più bassa di offerta ai macelli e quindi spuntare prezzi migliori di oggi.



