Economia

Siamo davvero una Repubblica fondata sul lavoro?

Il senso dell'inchiesta a puntate Anna Masera·a.masera@giornaledibrescia.it
Anna Masera
Un lavoratore del comparto edile (simbolica)
Un lavoratore del comparto edile (simbolica)

«Pay them more». «Pagateli di più». A dirlo un anno fa è stato Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, la più grande democrazia e il più grande modello di capitalismo al mondo, chiamato a rispondere sulla situazione economica post-pandemia e sulle preoccupazioni per la mancanza di lavoratori in diversi settori. «Ricordo che mi dicevate che gli imprenditori non riescono a trovare dipendenti. Io vi dico, pagateli di più» sono state le sue parole, sussurrate al microfono in tono enfatico durante una conferenza stampa nel giugno 2021.

Biden si è schierato più volte a favore dell'aumento del salario minimo a 15 dollari l'ora, spiegando ai datori di lavoro che devono «pagare un salario dignitoso». Dopo la crisi per l'emergenza Covid, se l'economia stenta a riprendersi la tendenza è di puntare il dito contro il mercato del lavoro anche in Italia, che pur è una Repubblica «fondata sul lavoro» secondo quanto recita l’articolo 1 della Costituzione. Anche nel Bresciano. Dove è arrivata da oltreoceano la cosiddetta «Yolo Economy», l'economia del «si vive una volta sola» («You only live once») di chi è disposto ad adattarsi alla precarietà del mercato flessibile in cambio di una qualità della vita migliore: a quanto pare i giovani non sono disposti a rovinarsi l'estate - o anni preziosi - facendo i camerieri o i magazzinieri dieci ore al giorno senza pause e senza giorni di riposo, per contratti precari sotto i 1500 euro al mese.

Lo stesso vale per i ricercatori universitari e per chi, neolaureato specializzato, confronta l'offerta italiana con quella dei Paesi da questo punto di vista più avanzati, anche confinanti. Così quelli che ne hanno l'opportunità o una formazione qualificata fuggono all'estero, dove le paghe sono più alte e le condizioni di lavoro migliori. Lo certifica l'Ocse, secondo cui l'Italia è fanalino di coda in Europa già da diversi anni.

Il sistema Paese ne prende atto e si accinge a cambiare? Per ora si sente ancora soprattutto una cantilena di lamentele: gli industriali grandi e piccoli lamentano di non trovare lavoratori abbastanza qualificati. Albergatori, ristoratori e commercianti lamentano che i giovani non hanno abbastanza fame per accettare le loro proposte di impiego stagionale. Dalla loro hanno che di fronte alla richiesta di contratti migliori, emerge l'annoso problema del cuneo fiscale e della difficoltà delle istituzioni a venire incontro all'esigenza di abbassare il costo del lavoro per i datori di lavoro.

Ecco. Il Giornale di Brescia ha deciso di condurre un'inchiesta sul lavoro per dare la parola ai protagonisti di questo rebus. Scandagliamo i dati, ma soprattutto parliamo con le persone: rappresentanti politici, industriali e sindacali, imprenditori, commercianti, esperti, sociologi, economisti, cacciatori di teste, agenzie interinali, studenti, docenti, lavoratori qualificati e non. In cerca di soluzioni.

Diteci la vostra

Inchiesta a puntate. Partecipate a questo grande affresco che si dipanerà da oggi in diverse puntate sul giornale di carta, online e sui social, scrivendoci via mail a gdbweb@giornaledibrescia.it o sulla nostra pagina Facebook (www.facebook.com/giornaledibrescia). 

Le vostre storie. Collaborate da protagonisti nella ricerca di soluzioni: raccoglieremo testimonianze e osservazioni per includerle nel nostro racconto, sull'edizione cartacea e qui sul sito.

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