Economia

Prandini: «L’Europa non può perdere la sfida globale dell’agroalimentare»

Il presidente di Coldiretti: «Sull’ambiente mostreremo dati alla mano, che non ci sono impatti negativi»
Coldiretti, il presidente Ettore Prandini - © www.giornaledibrescia.it
Coldiretti, il presidente Ettore Prandini - © www.giornaledibrescia.it
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Peste suina, siccità, grandine, lingua blu ed ora anche aviaria con il caso riscontrato ad Isorella. Le imprese agricole stanno attraversando un momento davvero complicato. «Serve tempestività nelle scelte e negli interventi. Tre anni fa denunciammo che la Peste suina era alle porte dell’Italia: se le istituzioni ci avessero ascoltato non saremmo nella situazione di grande criticità che oggi ci troviamo ad affrontare.

Stesso discorso vale per la Blu Tongue e per l’aviaria. Ecco perché serve un lavoro congiunto con le istituzioni. Sotto questo profilo gli allevatori hanno fatto molti investimenti in termini di biosicurezza, continuiamo a farlo garantendo la massima sicurezza ai consumatori. Anche se è bene ribadirlo: non c’è nessun rischio per la salute umana».

Alla cerimonia per gli 80 anni di Coldiretti con Mattarella lei ha lanciato l’appello per un’Europa più coraggiosa. Cosa intendeva dire?

«Penso alla capacità di agire in modo tempestivo e veloce ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione. Non possiamo non osservare quello che sta avvenendo negli Stati Uniti e in Cina: hanno una conoscenza approfondita di ogni settore produttivo, si muovono in sinergia con le esigenze dei diversi comparti».

In che termini?

«Le faccio un esempio: gli Stati Uniti nei prossimi anni investiranno qualcosa come 1.200 miliardi di dollari nel comparto agricolo-alimentare, con contributi importanti per l’innovazione. In Europa, con la politica agricola comune stanzieremo circa 386 miliardi nei prossimi cinque anni. Non solo, la Cina sta ammassando cereali: è diventato il primo produttore mondiale e detiene più del 50% del grano stoccato al mondo. La strategia è quella di utilizzare questa risorsa in termini geopolitici, ad esempio in Africa. Questo ci fa capire la differenza in termini di attenzione. L’agroalimentare è la prima voce per esportazioni, una sfida che l’Europa non può perdere».

Ritiene adeguata la politica agricola comune?

«Ritengo che l’Europa debba e possa fare cose più sfidanti: le risorse economiche stanziate non devono essere viste come un problema, ma come opportunità. Quando parliamo di sovranità, che non è il sovranismo, intendiamo la capacità di essere autosufficienti e competitivi sui mercati internazionali, proprio come dice Mario Draghi».

Paghiamo forse una certa assenza della politica in Europa?

«Per molti anni la politica italiana ha sottovalutato l’Europa. Oggi tutto si gioca a Bruxelles. Se non vogliamo rincorrere è indispensabile essere presenti nel momento in cui le proposte vengono scritte e discusse. Ma soprattutto cercare alleanze con i Paesi che hanno interessi simili. Un caso emblematico è quello dei cibi ultra-processati che diventano un rischio enorme per i cittadini. O ancora quello delle etichette semaforo, con il nutriscore che dà luce verde alla Coca Cola light, mentre l’olio extravergine è fra il rosso e l’arancio. Qui si apre anche un problema di concorrenza sleale».

In che senso?

«Siamo il Paese che a livello globale negli ultimi 30 anni ha diminuito più di tutti l’utilizzo di agro-farmaci, -24%, l’Europa li ha diminuiti del 23%; nel resto del mondo sono aumentati del 17%. Se favoriamo l’importazione di prodotti da sistemi produttivi diversi rispetto al nostro, che non utilizzano la stessa qualità di agro-farmaci, ci troviamo davanti a una forma di concorrenza sleale, perché quei prodotti costeranno meno rispetto ai nostri e qualitativamente varranno molto meno, creando per di più anche un rischio per la salute».

E in questa strada quanto sono importanti ricerca, tecnologia e formazione?

«Sono vitali per il futuro. Oggi parliamo di Intelligenza artificiale, ma su questo tema l’Europa non può limitarsi a fare da arbitro. Non ho mai visto un arbitro vincere una partita: se non avremo le infrastrutture per l’intelligenza artificiale avremo sempre davanti a noi Cina e Stati Uniti. L’agricoltura del futuro è legata all’intelligenza artificiale alla sensoristica attraverso la gestione del dato. Non ci possiamo limitare a raccontare che la nostra agricoltura è la migliore del mondo, dobbiamo dimostrare con i fatti e con i dati che questo è vero».

L’agricoltura resta un osservato speciale sul fronte ambientale. Cosa ne pensa?

«Su questa questione c’è molta ideologia. Ripeto, serve conoscenza, non improvvisazione: grazie all’utilizzo dei dati, allo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’economia circolare dimostreremo scientificamente che le nostre imprese agricole non hanno un impatto negativo sull’ambiente».

In questo quadro Brescia come si posiziona?

«È una provincia straordinaria per capacità, competenza e spirito di innovazione. Ma non sappiano raccontarci. Faccio un esempio: il miracolo del Franciacorta, che ha saputo coniugare comparto vitivinicolo e gastronomico, dovrebbe essere un caso studiato nelle scuole. Mi preoccupa invece la poca attenzione al territorio. In questi anni credo ci sia stata una eccessiva urbanizzazione, in alcuni casi anche speculativa, ad esempio sul Garda. Dobbiamo essere lungimiranti e preservare un territorio per le future generazioni».

Carne sintetica: quale è la situazione?

«Il tema è stato molto strumentalizzato. Mi affido alla ricerca, agli studi liberi del comparto medico. Invito tutti alla cautela, non sappiamo ancora quanto queste sostanze possano fare bene o fare male in termini di salute. Non deve essere la Coldiretti a dirlo, ma i medici e ricercatori competenti. Rilevo comunque preoccupazione da una parte della scienza che studia il microbiota perché il quantitativo di ormoni ed antibiotici utilizzato nella fase di allevamento della carne sintetica, potrebbe avere impatti negativi sugli esseri umani».

Presidente tonano le voci che la danno prossimo a diventare ministro dell’Agricoltura.

«Come ho già ricordato più volte il mio mandato scade tra quattro anni ed intendo portarlo a termine, come promesso. Sono peraltro anche convinto che cambi al vertice di ministeri cosi importanti non facciano bene. Ogni volta che cambiamo un ministro servono sei-sette mesi per comprendere le dinamiche, soprattutto nel stringere rapporti e sinergie con altri stati membri. Ripartire da zero sarebbe al momento critico».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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