Economia

Pianeta Vinitaly e «il sommelier 4.0 nell’epoca dei wine blogger»

Hosam Eldin Abou Eleyoun, presidente Ais Lombardia, rivendica con forza il ruolo dei «professionisti del vino»
Un calice di vino bianco
Un calice di vino bianco
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«Competenza, professionalità, capacità di trasmettere emozioni che durino a lungo». Nell’epoca in cui wine blogger e influencer hanno aperto nuovi scenari nel mondo della comunicazione enologica, Hosam Eldin Abou Eleyoun (presidente dell’Associazione italiana sommelier Lombardia) rivendica con forza il ruolo dei «professionisti del vino». Tracciando i confini di presente e futuro della professione.

Presidente, Vinitaly è indubbiamente una vetrina di pregio per il mondo vitivinicolo: in che condizioni vi arriva il comparto lombardo?

La situazione attuale è davvero eccellente: i numeri sono in crescita, specie nelle esportazioni, dato in controtendenza rispetto al resto del Paese. L’aumento delle etichette Doc e Docg testimonia la qualità del vino prodotto in Lombardia, frutto di un lungimirante miglioramento della qualità.

E per quanto riguarda il Bresciano?

Il vostro territorio può vantare una gemma internazionale, ovvero il Franciacorta, ma sa esprimere vini di altissimo livello. Cito, tra gli altri, Valtenesi e Lugana, due espressioni importantissime della tradizione vitivinicola bresciana.

Quanto è importante la presenza di Ais a Vinitaly?

Stiamo consolidando il ruolo del sommelier come un ponte tra le aree di produzione vitivinicola ed i territori. Raccontiamo emozioni che non si esauriscono in pochi secondi, ma che lasciano qualcosa a chi, assaggiando un vino, vuole saperne di più anche del territorio dove viene prodotto.

Se dovesse, alla luce di quanto appena detto, tracciare il profilo del perfetto sommelier 4.0, che caratteristiche dovrebbe avere?

A lungo siamo stati visti solo come persone che dovevano servire il vino e raccontarlo. Le cose sono cambiate: dobbiamo essere comunicatori, essere in grado di gestire l’accoglienza, di destreggiarsi come brand ambassador. Ma anche approfondire la nostra competenza viaggiando, conoscendo i territori di cui poi dovremo parlare. E, inoltre, dobbiamo sviluppare la scrittura oltre che l’ars oratoria. Sintetizzando, direi che il sommelier oggi deve essere un comunicatore a 360 gradi.

Come vede la pletora di wine blogger e influencer che, sui social, dissertano di vino, a volte con poco costrutto: pensa siano una minaccia?

Bisogna sempre distinguere tra chi opera in modo professionale e chi, invece, si improvvisa. Questa seconda categoria viene smascherata piuttosto in fretta, quindi non vedo certo una minaccia per il nostro mondo. Semmai, vorrei rimarcare l’importanza dell’esperienza sul campo. Solo degustando si può raggiungere la competenza necessaria a divulgare e sostenere la cultura del vino.

Domanda (forse) un po’ maligna, visto il suo ruolo nell’Ais: che vini non possono mancare nella sua cantina?

Restando in Lombardia direi il pinot nero dell’Oltrepò Pavese, le bollicine di Franciacorta e il Nebbiolo della Valtellina. Ma anche una buona Bonarda, alla giusta temperatura, mi rende davvero felice.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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