«La partecipazione dei lavoratori potenzia il valore dell’impresa»

Dal maggio scorso, quando il Senato ha approvato il testo già promosso dalla Camera e in precedenza avanzato dalla Cisl con una raccolta firme di iniziativa popolare, la partecipazione dei lavoratori alla vita e alla gestione delle imprese è una materia regolata dalla legge. «Quello della partecipazione è un tema che ha attraversato il Novecento, toccando tutte le scuole di pensiero: da quella socialista a quella liberale e fino alla dottrina sociale della Chiesa – racconta il presidente della Fondazione Capitale & Lavoro, Giuseppe Milan –. Ora, tuttavia, vi sono delle ragioni di contesto che rendono questo argomento di grande attualità, oltre che necessario e più che mai opportuno».
Oggi pomeriggio andrà in scena alla Cantina Bottenago di Polpenazze «NormAttivaMente», un format ideato da DamaLab (network tra consulenti del lavoro, avvocati, commercialisti e Hr manager, che hanno messo a fattore comune il desiderio di offrire ai clienti una consulenza sartoriale di alto livello) e che per questa tappa sostenuta in primis dallo studio bresciano Amarelli & partners sarà dedicato alla «Legge 76/2025», che promuove appunto nuovi modelli partecipativi d’impresa e introduce strumenti per valorizzare il capitale umano. Tra i relatori sono attesi anche l’ex sindacalista Marco Bentivogli; l’assessore regionale Simona Tironi; la senatrice Paola Mancini; l’ex ministro e presidente del Cnel, Tiziano Treu e il presidente della Commissione nazionale permanente per la partecipazione dei lavoratori, Emmanuele Massagli.
«La partecipazione va intesa anche come una “palestra” per la continuità d’impresa – continua Milan, che oggi illustrerà alla platea di Polpenazze il ruolo della sua fondazione nel promuovere un neo capitalismo partecipativo –. Gli imprenditori devono maturare la convinzione che serve una nuova cultura d’impresa per costruire meccanismi in grado di garantire un futuro alle loro attività: la partecipazione non può che essere un elemento di grande interesse per chi sta a capo di un’azienda. La partecipazione ne accresce il valore e di conseguenza può diventare un vantaggio anche per chi decide di cedere la propria azienda».
Lei dice che serve uno sforzo da parte degli imprenditori. I lavoratori, invece, devono «solo» prendere atto di questa opportunità?
«No, anzi. A loro è richiesta una nuova cultura del lavoro: con la partecipazione devono prendersi la responsabilità del rischio d’impresa e non è un “onere” di poco conto. Per far sì che la partecipazione diventi virtuosa serve, a prescindere, che tutte le parti in causa siano disposte a giocare la partita, anziché remare contro, come fanno ad esempio alcune organizzazioni sindacali».
Lei pare comunque ottimista. All’inizio diceva che stiamo vivendo un periodo storico in cui far partecipare i dipendenti alla gestione d’impresa è diventata addirittura una necessità.
«Confermo: oggi la partecipazione dei lavoratori è un’opportunità che va colta sia dalle imprese sia dai dipendenti per diversi motivi che tra poco le spiego. Prima, però, le riporto solo due risultati di una recente survey realizzata da Unioncamere del Veneto sulle imprese manifatturiere con almeno dieci addetti...».
Prego...
«Alle imprese intervistate (più di 2.200 con quasi 97mila addetti a libro paga) hanno chiesto se in un prossimo futuro sarebbero interessate ad aprire il capitale ai loro dipendenti: il 4,5% ha risposto in modo affermativo e il 30,7% con un “forse”. Queste percentuali erano utopistiche qualche anno fa, oggi invece confermano che vi è in corso un cambiamento culturale».
Oltre ai dati, effettivamente inconfutabili, quali altri elementi metterebbe sul tavolo per sostenere la sua tesi?
«Ne ho più di uno...».
Ad esempio?
«Parto dall’assunto che il nostro Paese, come tanti altri, sta subendo gli effetti dell’inverno demografico. Ebbene: al di là dell’impatto che avrà l’Intelligenza artificiale sul mondo lavoro, il capitale umano sarà col passare del tempo una “materia prima” rara, la più preziosa in circolazione. Aprire il capitale della propria impresa ai lavoratori è un modo intelligente per valorizzarli e, indirettamente, serve per attrarre nuove risorse umane. Tenuto conto, inoltre, che vi è un eterno conflitto tra il tempo dedicato alla vita personale e quello riservato al lavoro, avrà sempre più senso mettere più vita nel lavoro con la partecipazione alla gestione d’impresa».
Un’azione che potrebbe rispondere anche alle ambizioni, spesso inespresse, dei lavoratori più giovani.
«Si stima che la carriera scolastica di un neo laureato o di un ricercatore possa costare allo stato fino a 500mila euro. Una spesa più che giustificata se non fosse che questi talenti poi fuggono all’estero, dove trovano anche condizioni di vita migliori. Il capitalismo familiare, che è stata una chiave di successo per lo sviluppo dei nostri territori, dovrà necessariamente tenere in considerazione il fatto che se non apre alla partecipazione dei suoi collaboratori alla gestione d’impresa rischia di dilapidare anche un “tesoretto” in termini di professionalità. Senza poi dimenticare la trasformazione tecnologica in corso...».
In che senso?
«Le rivoluzioni tecnologiche stanno trasformando il lavoro, conviene? Il lavoro non sarà più “un’obbligazione di mezzi” in cui un dipendente svolge diligentemente il suo lavoro senza garantire un risultato: il lavoro è già diventata un’obbligazione di risultato, che inevitabilmente richiede più partecipazione da parte del dipendente».
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