Un mestiere introdotto ufficialmente in Italia circa trent’anni fa, nel 1998, all’inizio percepito come un «adempimento burocratico», oggi sempre più presente nel discorso pubblico, nella misura in cui l’attenzione all’ambiente e alla mobilità sostenibile si va via via raffinandosi. Il «mobility manager», la figura che si occupa di pianificare la mobilità alternativa all’auto privata per i dipendenti delle aziende, è una professione in trasformazione. E con ancora ampi margini di perfezionamento, a partire dalla dotazione di fondi propri, come spiega Benedetto Barabino, docente di Progettazione di sistemi di mobilità urbana e mobility manager dell’Università degli Studi di Brescia.
Professore, cosa fa un mobility manager?
È una figura professionale che si occupa di migliorare la qualità degli spostamenti del personale aziendale e, nel caso delle università, anche la qualità degli spostamenti degli studenti. Lo fa cercando di promuovere delle soluzioni di mobilità sostenibili per ridurre traffico, emissioni inquinanti, costi di trasporto, e così via. Si parte individuando le abitudini di spostamento del personale e degli studenti, mettendo a disposizione, dove possibile, delle alternative sostenibili all’uso dell'auto privata. Secondo le linee guida del Ministero, le misure che possiamo adottare sono divise in cinque assi. Si punta a disincentivare l'uso dell'auto privata, quindi prevedendo incentivi economici laddove è possibile, convenzioni o abbonamenti agevolati o anche le richieste stesse degli enti per migliorare la qualità delle linee di autobus. Si cerca poi di favorire la mobilità ciclabile e, se è possibile, di ridurre la domanda stessa di mobilità, favorendo per esempio il ricorso allo smart workingo o garantendo maggiore flessibilità di ingresso e di uscita. E poi ci sono ulteriori misure rivolte alla comunicazione per cercare di migliorare anche la cultura della mobilità.
Ci sono differenze tra i vari mobility manager?
A livello normativo esistono due figure distinte. Una è il mobility manager aziendale, il deputato dell'azienda per curare gli aspetti di mobilità sostenibile, l’altra è il mobility manager d'area, che è una funzione di raccordo tra le diverse aziende di un territorio. In Italia la figura è obbligatoria per legge dal 1998, anche se le ultime modifiche sono state fatte nel 2021: tutte le aziende, università comprese, che hanno almeno 100 dipendenti devono nominare questa figura.
Se si passa dagli aspetti generali a quelli più concreti, come lavora un manager della mobilità?
Il compito principale del mobility manager è quello di redigere il cosiddetto piano spostamenti casa-lavoro, che per l'università poi di fatto è un piano a spostamenti casa-lavoro e studio-lavoro. Si tratta di un adempimento che facciamo tutti gli anni, elaborandolo e aggiornandolo ogni 31 dicembre. Il piano contiene fondamentalmente le rilevazioni delle abitudini di mobilità degli studenti e dei dipendenti, dei tempi impiegati per raggiungere la sede di studio di lavoro, del mezzo utilizzato e via dicendo. Un altro aspetto importante di cui ci occupiamo è quello di negoziare contratti con enti di trasporto o fornitori di servizi per quanto riguarda convenzioni, abbonamenti, scontistica. Ci raccordiamo poi con il comune e con gli altri mobility manager per cercare di trovare delle soluzioni condivise. Una cosa specifica che facciamo all'Università di Brescia è di trovarci tre o quattro volte l’anno a un tavolo della mobilità a cui partecipano rappresentanti di tutti i nostri dipartimenti, degli studenti e del personale tecnico-amministrativo.
Come è cambiato nel tempo questo lavoro e come sta cambiando oggi?
Oggi sembra è normale parlare di mobility manager perché le aziende sono molto sensibili a queste politiche, ma nel 1998, quando è stata introdotta questa figura, era più che altro una figura burocratica, all’inizio obbligatoria solo per le aziende che avevano almeno 300 dipendenti. All’epoca molte l’avevano preso come un semplice adempimento burocratico, senza ulteriori azioni sui temi della mobilità. Poi però dopo la pandemia, il Ministero dell'Ambiente ha riformato la figura del mobility manager, rendendo obbligatoria la sua nomina per aziende con almeno 100 dipendenti, estendendo l'obbligo a molte piccole e medie imprese e pubbliche amministrazioni e fornendo le linee guida per la redazione del piano di spostamento casa-lavoro. Oggi stiamo andando verso la digitalizzazione e l’integrazione di strumenti di benessere ambientale, come l’uso di piattaforme che permettono ai dipendenti di calcolare percorsi, prenotare le auto condivisa, poter tracciare i chilometri percorsi. E poi c’è il tema della sostenibilità, che oggi è un fattore competitivo e finanziario, perché i dati del piano spostamenti casa-lavoro confluiscono anche nei bilanci di sostenibilità dell'azienda.

Come dovrebbe evolvere questa professione secondo lei?
Oggi una barriera comune è che spesso il mobility manager purtroppo è ancora una mansione secondaria, una mansione affidata a volte al dipendente di risorse umane. Io oltre a essere mobility manager sono anche docente di trasporti, però quando mi confronto al tavolo della mobilità nazionale mi accorgo che diversi colleghi sono fondamentalmente degli impiegati e non conoscono a fondo le problematiche dei trasporti e della mobilità. In futuro sicuramente questo mestiere dovrebbe essere fatto da persone che conoscono le dinamiche, facendo sì che diventi anche un ruolo manageriale autonomo, dotato di un portafoglio finanziario. Infatti oggi il mobility manager non è dotato di risorse proprie per finanziare un’infrastruttura. Un altro miglioramento che auspico è una maggiore coalizzazione tra i diversi mobility manager aziendali e i mobility manager d’area. Infine, un plus nell’evoluzione della figura sarebbe la creazione di incentivi basati su risultati: oggi la legge prevede che si debba redigere il piano, ma se non lo si fa non succede niente. Invece, il raggiungimento di obiettivi predefiniti potrebbe permettere alle aziende di avere degli sgravi fiscali.
Quali sono i problemi più ricorrenti con cui si deve confrontare un mobility manager, in particolare a Brescia?
Le questioni maggiori secondo me sono due: la resistenza culturale da parte dei dipendenti, molto legati all’auto privata, e i limiti strutturali che un territorio può avere. E poi c'è il problema della non perfetta integrazione col trasporto pubblico, perché molto spesso le sedi aziendali non sono collegate dalle linee di autobus oppure gli orari delle corse non coincidono con quelli di ingresso e uscita del personale. Per quanto riguarda il Bresciano, noi operiamo in un contesto abbastanza all'avanguardia a livello infrastrutturale, che ha però anche un tessuto industriale e una conformazione geografica che comportano sfide complesse: dipendiamo tantissimo dalla provincia, perché Brescia attrae quotidianamente tantissime persone da fuori. E qui spesso ci sono dei problemi: per esempio, io ho una collaboratrice che viene da fuori e che spesso, spostandosi in auto, impiega quasi più tempo a uscire dal nodo di Brescia centro e ad arrivare in università che non ad arrivare al nodo di Brescia centro dal paese da cui viene. La metropolitana è un gioiello infrastrutturale a livello italiano ed è la spina dorsale della mobilità sostenibile cittadina, ma, non potendo estenderla a tutta la città, si potrebbe però pensare ancora di rivedere le linee degli autobus nei nodi della metropolitana dove ci sono maggiore afflusso e concentrazione di utenza verso le realtà industriali.
Che percorso suggerirebbe a chi volesse diventare mobility manager?
Secondo me la specializzazione più vicina all’attività del mobility manager è quella in ingegneria dei trasporti, con anche percorsi di studi in ingegneria civile o ambientale, ed eventualmente di pianificazione territoriale. Ma visto che il mobility manager lavora con una grande mole di dati, possono essere utili anche lauree in data science o statistica applicata.




