Economia

La metà dell’oro italiano non si trova a Roma, ma all’estero: ecco perché

Siamo la terza nazione con più riserve auree al mondo dopo Usa e Germania, con 2.452 tonnellate di questo metallo prezioso, che però non si trova nel caveau romano della Banca d’Italia: le ragioni storiche e quelle geopolitiche
Marco Papetti
Un'antica veduta della Bank of England, dove oggi si trova molto oro italiano
Un'antica veduta della Bank of England, dove oggi si trova molto oro italiano

Le banche centrali, come la nostra Banca d’Italia, hanno tra gli altri anche il compito di custodire le riserve d’oro nazionali. L’Italia è uno dei Paesi che ne possiede di più: è la terza nazione con più riserve auree al mondo, dopo gli Stati Uniti e la Germania. Al momento la quantità di oro posseduto dall’Italia ammonta a 2.452 tonnellate: la maggior parte sono lingotti (ben 95.493), mentre il resto, in una quota minore, monete. Ma non è l’unico fatto che potrebbe risultare sorprendente: infatti, quasi la metà delle nostre riserve in oro – oltre il 43% – non è a Roma, nel caveau della Banca d’Italia, ma negli Stati Uniti. E pure un altro 11,85% delle riserve d’oro italiane è all’estero, diviso tra la Svizzera e il Regno Unito. In totale, quindi, una percentuale superiore al 50% dell’oro della Banca d’Italia è conservato in altri Paesi. Come vedremo, non sono mancate anche in anni recenti le proposte per riportarlo «in patria». Ma perché più della metà dell’oro italiano si trova fuori dai confini nazionali?

A cosa servono le riserve auree

Per rispondere, può essere utile capire come mai le banche centrali conservino questo tipo di scorte. La risposta rimanda alla natura dell’oro come «bene rifugio»: un bene che, nei momenti di crisi o di instabilità economica, viene considerato una garanzia di stabilità. Come si è visto anche di recente, infatti, quando gli operatori finanziari percepiscono livelli di rischio alto, il prezzo dell’oro tende a crescere. In generale, come spiega Francesco Menoncin, professore di Scenari e politiche macroeconomiche all’Università degli Studi di Brescia, oggi le banche centrali custodiscono l'oro «perché costituisce un'attività priva di rischio di credito, utile come garanzia nelle operazioni internazionali e capace di rafforzare la fiducia nel sistema finanziario».

Ad esempio, nel caso di crisi valutarie (forte deprezzamento del valore di una valuta), le banche centrali possono ricorrere al proprio oro per fronteggiare la sfiducia nella moneta nazionale, anche usandolo come garanzia per ottenere prestiti. In casi eccezionali, possono venderlo sul mercato per sostenere il valore della propria valuta, acquistandola direttamente. Come scrive la Banca d’Italia, in generale l’idea è quindi che «un considerevole ammontare di oro» garantisca a una banca centrale «una più elevata capacità di azione nel preservare la fiducia nel sistema finanziario nazionale».

Ci sono poi altri motivi per conservare riserve auree nelle banche centrali. L’oro è considerato un presidio contro l'inflazione – l’aumento generale dei prezzi –, «in quanto tende a mantenere il suo valore nel tempo»: un valore che, non essendo un’attività emessa da un governo o da una banca centrale, non è condizionato dalla capacità di un emittente di fare fronte ai propri impegni finanziari (la sua «solvibilità»). Infine, lo Statuto del sistema europeo di banche centrali e della BCE (EUR-Lex) prevede che le banche centrali conservino l’oro «cautelativamente» in modo da poter soddisfare eventuali richieste di ulteriori conferimenti dalla Banca centrale europea.

Perché all’estero

L’oro delle banche centrali continua quindi a mantenere una sua importanza. Questo nonostante non sia più in vigore il «sistema aureo», in cui vige un cambio fisso tra la valuta di un Paese e una certa quantità di oro, né la convertibilità del dollaro in oro, abolita nel 1971, dopo la fine del modello inaugurato dagli accordi di Bretton Woods, in cui soltanto il dollaro statunitense poteva essere convertito in oro. Come spiega Menoncin, anche se «non svolge più il ruolo che aveva durante il sistema aureo classico o durante il periodo in cui erano in vigore gli accordi di Bretton Woods», l’oro monetario «continua a rappresentare un'importante riserva strategica» per le banche centrali.

Ma allora perché quello italiano è all’estero? La scelta, spiega il docente UniBs, è «il frutto di fatti storici sia la risposta a esigenze operative». Scelte che condividiamo anche con altri Paesi, come la Germania, che negli Stati Uniti ha circa 1.200 tonnellate di riserve auree. «Il deposito di oro in altre banche centrali non è prerogativa della Banca d’Italia – spiega Francesco Menoncin –. Per esempio, alla Bank of England ci sono depositi di oro intestati a Germania, Austria, Svizzera e Belgio, mentre alla Fed degli Usa ci sono depositi di oro intestati, oltre all’Italia, alla Germania, al Libano, all’India e ai Paesi Bassi».

In generale, la decisione di conservare l’oro in banche centrali di altri Paesi «deriva soprattutto da tre motivi». Il primo si potrebbe definire di «diversificazione del rischio»: «conservare tutte le riserve in un unico luogo – dice Menoncin – esporrebbe il paese a rischi operativi o politici». C’è poi una questione di accesso ai mercati internazionali: infatti, «possedere oro nei principali centri finanziari consente di impiegarlo rapidamente come garanzia o di negoziarlo senza dover trasferire fisicamente migliaia di lingotti».

L’oro italiano

Nel caso dell’Italia, le ragioni pratiche si intrecciano poi con quelle storiche, che hanno cioè a che fare con il modo in cui la nostra banca centrale ha accumulato le proprie (ingenti) riserve auree. La Banca d’Italia è nata nel 1893, dalla fusione di tre istituti di emissione, la Banca nazionale del Regno d’Italia, la Banca nazionale toscana e la Banca toscana di credito. La dotazione in oro iniziale crebbe poi fino all’inizio della Seconda guerra mondiale. Qui cominciarono le vicissitudini: dopo l’8 settembre 1943, durante l’occupazione di Roma, i nazisti trafugarono le riserve auree della Banca d’Italia, trasferendole prima a Milano e poi a Fortezza, in Alto Adige. Una parte dell’oro fu poi portata in Germania nel 1944: l’accordo tra il Reich e la Repubblica sociale italiana per portare l’oro al di là delle Alpi, per contribuire alla «comune condotta della guerra», fu tra l’altro siglato a Fasano, frazione di Gardone Riviera, dove aveva sede l’ambasciata tedesca.

In tutto, dall’Italia arrivano in Germania 71 tonnellate di oro appartenente alla Banca d’Italia. A guerra finita, l’Italia riuscirà, dopo complesse trattative, a rientrare in possesso di circa il 66% di queste riserve, portate in Germania dai nazisti con la complicità del governo della Repubblica sociale. Una commissione apposita, il «Pool dell’oro», gestito da Usa, Regno Unito e Francia, nacque con l’obiettivo di restituire, almeno in parte, l’oro trafugato dai nazisti ai Paesi che ne erano stati derubati (oltre 200 tonnellate da tutta Europa). Essendo stata alleata della Germania, all’inizio l’Italia venne esclusa dal Pool, ma poi riuscì a farsi ammettere e, dopo una complessa trattativa, a vedersi restituiti circa due terzi dell’oro trafugato. Non fu possibile riavere l’intera somma per varie ragioni, tra cui, soprattutto, la necessità di ripartire le compensazioni anche con altri Paesi e la difficoltà di ricostruire con precisione la provenienza di tutti i lingotti. L’ultima riconsegna dell’oro italiano sottratto dai nazisti avvenne meno di trent’anni fa, nel 1998.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia si impose definitivamente come Paese esportatore, che cioè vendeva molti dei propri prodotti all’estero, realizzati dalle industrie manifatturiere italiane. E qui c’è un’altra spiegazione del perché parte dell’oro si trovi all’estero: «Molte riserve furono accumulate nel secondo dopoguerra attraverso l'afflusso di dollari derivante dagli scambi commerciali – racconta Menoncin –. Una parte di tali riserve fu convertita in oro direttamente negli Stati Uniti e rimase nei caveau americani».

Le proposte per rimpatriare l’oro

Come detto, l’Italia non è l’unico Paese il cui oro si trova anche all’estero, in particolare negli Stati Uniti. C’è però chi ha deciso di «riportarlo a casa». La Francia, ad esempio, tra luglio 2025 e gennaio 2026 ha venduto tutto il proprio oro che era depositato nei caveau della Federal Reserve e ne ha acquistato dell’altro, tornando così proprietaria del 100% delle proprie riserve auree, ora tutte a Parigi. Anche se il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha dichiarato che il trasferimento non ha avuto una valenza politica, alcuni commentatori hanno letto questa operazione alla luce della turbolenta situazione internazionale, caratterizzata anche da rapporti non più idilliaci tra i Paesi europei e gli Usa del presidente Donald Trump.

Come ricostruito da un articolo del Financial Times dell’anno scorso, il comportamento di Trump e la sua spregiudicatezza nella gestione della politica interna ed estera, avrebbero fatto sorgere in alcuni Paesi, come l’Italia e la Germania, l’idea che potesse essere più sicuro riprendersi il proprio oro conservato negli Stati Uniti. L’idea non è comunque nuova: nel 2019 l’attuale partito di maggioranza al governo, Fratelli d’Italia, propose una mozione alla Camera in cui si chiedeva di «adottare iniziative opportune affinché le riserve auree eventualmente ancora detenute all’estero» fossero «fatte ritornare sul territorio nazionale».

La questione torna a ripresentarsi ciclicamente. Alla fine dello scorso anno è stata sollevata in un articolo anche dall’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha proposto di riportare in Italia le riserve italiane di oro. Al momento, comunque, non risulta essere in programma nessun progetto di questo tipo. E per ora le riserve italiane restano quindi dove sono. Ogni anno, spiega la Banca d’Italia, le banche centrali in cui è depositato l’oro italiano rilasciano delle attestazioni da cui è possibile verificare lo stato delle riserve. Ma la Banca d'Italia può anche sottoporre a «verifica diretta» il proprio oro custodito da un’altra banca centrale. «La Banca d'Italia, oggi, evidenzia che la ripartizione geografica delle riserve può essere utile per ridurre i rischi e migliorare l'efficienza operativa – conclude il professor Menoncin –. Nel mondo moderno l’oro è un simbolo di sicurezza anche perché non rimane fermo in un singolo caveau, ma perché crea una rete internazionale di fiducia».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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