Innovare o arretrare, le sfide che non possiamo più rinviare

Il 2024 non ha interrotto la tendenza negativa iniziata lo scorso anno, dopo i brillanti risultati del 2022. Le cause sono diffusamente note, in primis i costi energetici, ancora eccessivi; il contesto geopolitico sempre più incerto e problematico; i tassi di crescita del Paese molto contenuti; le difficoltà del nostro principale Paese partner; la lenta ripresa degli investimenti a causa della mancanza di misure di sostegno efficaci e la riduzione della domanda sia nazionale sia internazionale.
Export in calo: Brescia arranca
In questo quadro, le esportazioni continuano la loro progressiva contrazione: nel triennio sono passate da 22,2 miliardi di euro a 20,2, il 9,4% in meno. L’incidenza dell’export bresciano su quello lombardo, nel 2024, è del 12,3%, un punto percentuale e mezzo in meno rispetto al 2022 (12,6% nel 2023). La nostra provincia presenta, quindi, un andamento difforme da quello lombardo e italiano: nel primo caso le esportazioni aumentano, seppur poco, nel triennio (+1%); nel secondo arretrano in misura minore (-0,4%). Brescia si classifica sesta nel ranking italiano delle province italiane esportatrici, terza in Lombardia dopo Milano e Bergamo.
Le importazioni, dopo il calo del 2023, riprendono a crescere del 6,5%: questo comporta il decremento del saldo commerciale, comunque molto positivo, pari a 7,9 miliardi. Nei primi sei mesi del 2025 le esportazioni frenano ulteriormente, rispetto al medesimo periodo del 2024, dello 0,4% mentre aumentano sia a livello nazionale (2,1%) sia a livello lombardo (0,3%): Brescia mantiene il sesto posto in Italia, con valori abbastanza vicini a quelli di Bergamo. L’incidenza sul totale nazionale scende al 3,2%, dopo il 3,3% dell’anno precedente.
Scarsa diversificazione
Un punto debole della nostra provincia è la forte concentrazione delle esportazioni in alcune aree geografiche: Brescia guarda poco fuori dai mercati tradizionali. Nei primi 15 Paesi per export (che insieme fanno il 70% del totale), 13 sono europei (compresa la Turchia). Fuori Europa solo Stati Uniti (7,8%) e Cina (2,4%). Mancano importanti Paesi asiatici (Arabia Saudita ed Emirati Arabi) e pochi sono i rapporti con i Paesi del futuro, ad esempio africani, che oggi pesano solo il 3,1%.
È quindi opportuno riflettere su mercati alternativi a quelli Ue, dove le opportunità di investimento e la propensione all’export sono molto interessanti ma ancora poco esplorate.
Infine, un altro aspetto che contraddistingue le esportazioni, dipendente dalle caratteristiche del tessuto economico locale, riguarda la tipologia di beni destinati all’estero: quelli manifatturieri coprono il 96,4% del totale, al cui interno assumono peso preponderante i metalli di base e i prodotti in metallo, i macchinari e la componentistica, che insieme raggiungono il 70%. È chiaro che una forte concentrazione di Paesi e prodotti, rende le esportazioni più «fragili» e maggiormente dipendenti da fenomeni congiunturali e geoeconomici.
In termini di investimenti diretti all’estero, Brescia è attiva e conta numerose partecipazioni fuori confine: il primo Paese destinatario sono gli Stati Uniti seguiti, solo per citare i principali, da Romania, Germania, Cina, Spagna, Francia, Brasile, Regno Unito, India e Polonia.

La produzione industriale italiana si è ridotta, nel 2024, del 3,5%, con segno negativo in quasi tutti i settori, con un calo del 3,7% nella manifattura, superiore a quello locale, dove riveste un ruolo chiave. Questa tendenza è proseguita nei primi mesi del 2025 per poi interrompersi nel secondo trimestre: i dati più recenti (fonte Confindustria Brescia), rilevano un modesto incremento (+0,3%) sullo stesso intervallo del 2024 (tendenziale). Si tratta di un momento di respiro dopo una lunga serie di rilevazioni negative.
Fatturato in calo, redditività in sofferenza
Nel 2024 continua l’andamento sfavorevole dello scorso anno, a partire dalla riduzione delle vendite, che nel triennio passano da 79,8 a 71,9 miliardi di euro. Questi valori e gli indici successivi non considerano, per la sua dimensione, A2a, con la quale il fatturato di fine 2024 sarebbe pari a 84,5 miliardi. La decrescita è progressiva, pari all’8,8% nel 2023 e all’1,2% nell’ultimo anno. L’involuzione del fatturato suddivide in due parti simili le 1.000 imprese, di cui 172 gruppi: infatti, il 46,6% lo riduce, mentre il 53,4% va in direzione opposta. Gli effetti sull’Ebit (reddito operativo complessivo) sono più evidenti: perde il 12,2% rispetto al 2023 e, in questo caso, il segno meno accomuna il 54,4% delle imprese.
La situazione reddituale subisce quindi un peggioramento, a partire dalla gestione caratteristica e, in particolare, dall’Ebitda (margine operativo lordo) rapportato alle vendite, che perde quasi un punto percentuale, dal 10,4% al 9,6%: si tratta di una variazione contenuta ma indicativa di una tendenza al ribasso (10,7% nel 2022).
Tale riduzione dipende da due elementi che agiscono in direzione opposta: da una parte il valore aggiunto, che esprime la capacità di creare ricchezza con lo svolgimento della propria attività, che mantiene sostanzialmente invariato il suo rapporto con il fatturato, pari al 22%; dall’altra il costo del lavoro che aumenta la sua incidenza al 12,5% (11,4% lo scorso anno).
Gli effetti appena descritti non possono che riflettersi sugli indici di redditività, che si contraggono ulteriormente. Il primo è il Roi, calcolato con il reddito operativo complessivo (cioè comprensivo dei proventi e degli oneri patrimoniali), che dal 7,2% passa al 6,1%, valore allineato al 2021: è stato quindi completamente riassorbito il surplus ottenuto nei due anni precedenti. È importante conoscere quante imprese presentano questo risultato negativo, segnale di forte criticità se ripetuto nel tempo: si tratta del 6,6%, dato superiore allo scorso anno.

La redditività operativa dipende da due determinanti, entrambe in calo. La prima, il Ros, ovvero la marginalità generata dalle vendite, presenta una contrazione meno marcata rispetto al Roi, scendendo dal 7% al 6,2%, il dato minore del triennio. La seconda, la rotazione del capitale investito, che misura il grado di efficienza finanziaria nell’utilizzo delle risorse, peggiora in modo analogo, a causa della già vista riduzione delle vendite e della lieve crescita del capitale investito (+2,8%): l’indice si colloca appena sotto l’unità (valore simile di ricavi e capitale investito).
L’analisi della redditività si chiude con quella netta, misurata dal Roe, che esprime il ritorno economico per i soci: anche in questo caso si osserva una contrazione, la più ampia. Dal 9,9% del 2023 si scende al 7,4%. Aumenta sensibilmente il numero di imprese che chiudono in perdita: sono ben una su dieci (10,4%) contro il 7,7% del 2023 e il 6,8% del 2022.
Esaminando la solidità, il rapporto di indebitamento (relazione tra passività totali e mezzi propri) consolida il valore dello scorso anno, appena sopra l’unità, segnale di buona capitalizzazione, confermata dal rapporto tra mezzi propri e investimenti immobilizzati, ampiamente sopra l’unità e stabile nel tempo.
Imprese solide, ma debito meno sostenibile
Il mantenimento di questi buoni risultati è stato favorito sia dal limitato tasso di sviluppo del capitale investito (1,7% quello medio annuo nel triennio), sia dalle scelte di autofinanziamento attuate dalle imprese. La stabilità della dipendenza da terzi non incide, però, sulla sostenibilità economica degli oneri finanziari, cioè il rapporto tra interessi passivi ed Ebitda, che aumenta ancora nel 2024, passando da 12,8% a 15,3%. Il peggioramento, non certo trascurabile, dipende sia dal costo del denaro che non si riduce, sia dai minori flussi finanziari prodotti. Inoltre, per la ragione appena indicata, rimane alto anche il rapporto tra oneri finanziari e fatturato, pari all’1,5% (1,4% lo scorso anno) che, fortunatamente, trova una parziale compensazione nell’aumento dei proventi finanziari. Per meglio esprimere l’impatto sul reddito degli oneri finanziari, si consideri che nel 2024 sono aumentati dell’8,8% (dopo il preoccupante 46,2% del 2023), mantenendo il valore intorno al miliardo di euro.
Le disponibilità liquide, a inizio 2025, erano pari a 7,9 miliardi (9,4 con A2a), con un incremento del 2%, favorito anche dal limitato progresso del circolante e dal contenuto sviluppo delle immobilizzazioni.
Dall’analisi complessiva emerge una provincia che nel 2024 ha ulteriormente peggiorato, seppur in misura contenuta, la sua situazione reddituale, con particolare riguardo alla gestione caratteristica. Le imprese hanno invece confermato la loro solidità, con un buon livello di patrimonializzazione, con l’unica eccezione della sostenibilità del debito, che per ora assume valori che destano solo una limitata preoccupazione.
Scenario internazionale
In questi ultimi mesi la discussione si è comprensibilmente concentrata sui dazi e sugli effetti prodotti sull’economia italiana e internazionale. Tuttavia, i dazi sono un problema ma non il problema: sono piombati sulla nostra economia come molte altre situazioni in passato e nel presente (Covid, guerre, recessioni, costi dell’energia, politiche green, contesto geopolitico, crisi finanziarie, ecc.) e che ci attenderanno in futuro. È una condizione di discontinuità che non deve far perdere di vista alcune problematiche chiave, tra cui la modesta produttività e la perdita di competitività, che non si risolvono con i sussidi ma con azioni finalizzate a definire le priorità.
I dazi possono rendere evidenti problemi esistenti da tempo ma non affrontati in modo adeguato, come ad esempio quello della concentrazione delle esportazioni sopra discusso. Bisognava proprio aspettare i dazi per ricordarsi che la differenziazione geografica (ma anche quella merceologica) è fondamentale in un mondo dove i cambiamenti geopolitici stanno diventando sempre più frequenti e rilevanti? Se il valore aggiunto dei miei prodotti è basso, i dazi sono una mannaia diretta (se esporto) e indiretta, perché arriveranno beni molto competitivi da altri Paesi che hanno lo stesso problema e cercano collocazione in mercati alternativi.
Di cosa non possono fare a meno le imprese
Dobbiamo allora chiederci: quali sono le caratteristiche che le imprese dovrebbero possedere per affrontare il futuro? La risposta è ampiamente nota ma il tempo sta per scadere: capitale umano, innovazione, dimensione, sostenibilità sono parole che pronunciamo ogni giorno, forse non sempre in modo appropriato, ma che devono diventare oggetto di azione immediata con visione non di breve periodo ma strategica. Infatti, «chi temporeggia finisce per guardare da lontano ciò che poteva toccare».
Peraltro, non sono solo le imprese a doversi strutturare ma anche il territorio nel quale sono collocate. Pensiamo all’innovazione: dobbiamo agire, ora che c’è un progetto finalmente condiviso è necessario renderlo operativo senza ulteriore dannoso ritardo. In Lombardia molte altre aree si sono già mosse in questa direzione, Brescia non può arrivare ultima: chi non ci sta non deve far perdere tempo a chi ci crede. «Il tempo perdona chi sbaglia, non chi indugia» perché «è meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi».

Per dare risposte concrete, in prospettiva servono risorse umane e finanziarie: la dimensione sta diventando un fattore fondamentale di svolta. Le imprese devono crescere, diventare almeno medie, per cercare di avere una massa critica che permetta loro di competere anche fuori dai confini nazionali. Non è più sufficiente l’idea illuminante di un imprenditore ma è necessaria una organizzazione strutturata che la possa sviluppare. Aumentare la dimensione permette anche di mantenere alcune proprietà in Italia: ogni acquisizione straniera, soprattutto in realtà di dimensioni contenute, comporta l’esportazione, qui senza dazi, di know how, di esperienza, di cultura.
Un’altra condizione fondamentale è il fattore umano, soprattutto i giovani: si assiste a una loro significativa fuga all’estero, tra cui molti laureati. Questo di per sé non sarebbe un problema, perché le esperienze all’estero sono indispensabili, se non fosse che in moltissimi casi non ritornano, e noi non siamo in grado di attirare giovani dall’estero se non in misura molto limitata. Perché?
Bassi stipendi, concezione del lavoro non valorizzata, percorsi di carriera non ben definiti ma, soprattutto, dimensioni contenute delle imprese e si torna al punto di partenza: chi va all’estero difficilmente finirà in una piccola impresa, salvo che sia una startup o parte di un gruppo più grande.
Questo è il cuore della questione: a Brescia i laureati sono pochissimi, il calo demografico tenderà a ridurli ulteriormente, e le sfide che abbiamo considerato richiedono personale sempre più qualificato che numericamente sarà sempre meno. È necessario muoversi subito per non annoverare questo tema tra quelli critici del futuro: «Ogni giorno piantiamo semi che un giorno chiameremo destino». Se perdiamo i giovani e restiamo piccoli, i dazi sono davvero l’ultimo dei problemi.
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