Le filiere come architrave della competitività dell’economia bresciana

Il «piccolo e bello» ha funzionato, ma ora lo scenario globale è cambiato
In Italia le Pmi rappresentano il 97,4% del comparto manifatturiero
In Italia le Pmi rappresentano il 97,4% del comparto manifatturiero
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Non è solo una questione di numeri. È molto di più. Perché parlare di piccole e medie imprese a Brescia è un po’ come parlare dell’anima del nostro territorio.

In Italia le Pmi rappresentano il 97,4% del comparto manifatturiero, percentuale che trova pieno riscontro anche nella nostra provincia, dove la dimensione contenuta dell’impresa è la regola, non certo l’eccezione. Per anni è stato un tratto distintivo di successo: flessibilità, specializzazione, capacità di adattamento. Il «piccolo è bello» ha funzionato, e ha costruito la forza industriale del territorio.

Oggi, però, lo scenario è cambiato: in un’economia globalizzata e ipercompetitiva, dominata da grandi player, la dimensione incide su capacità di investimento, accesso alle tecnologie, penetrazione dei mercati esteri. Un’azienda da 50 milioni di euro di fatturato – considerata media in Italia – su scala internazionale si vede polverizzare il valore. Se va bene, rientra nella fascia delle micro imprese. Vale a dire: svantaggio competitivo quando si parla di innovazione, digitalizzazione, internazionalizzazione.

I dati dell’analisi realizzata dall’Università degli Studi di Brescia in collaborazione con il nostro giornale restituiscono una fotografia complessivamente positiva, ma meno brillante rispetto agli anni della ripartenza. Nel 2024 il 52% delle imprese ha aumentato il fatturato, mentre la redditività è rimasta stabile. Un segnale di solidità, ma anche di rallentamento: la corsa si è trasformata in navigazione da crociera.

Per cambiare passo serve crescita: non solo dimensionale, ma soprattutto organizzativa, tecnologica, strategica.

Filiera

Ed è qui che entra in gioco la parola potenzialmente salvifica: filiera. Non più formula tecnica per addetti ai lavori, ma architrave della competitività in un’economia scossa da crisi ravvicinate e trasformazioni profonde. Dalla pandemia alle tensioni geopolitiche, fino alla corsa globale alle materie prime, ogni scossa ha acceso la stessa spia: la tenuta delle filiere come indicatore della forza – o della fragilità – di un sistema produttivo. La prospettiva si è rovesciata. La filiera non è più retrovia dell’impresa, ma prima linea della sua competitività: il luogo in cui si misurano velocità di risposta, affidabilità, capacità di condividere informazioni e soluzioni. Nei momenti di maggiore turbolenza globale si è visto con chiarezza: le imprese inserite in filiere solide hanno reagito meglio.

La competitività, oggi, è sempre più un fatto collettivo
La competitività, oggi, è sempre più un fatto collettivo

Hanno riprogrammato forniture, trovato partner alternativi, condiviso competenze e, in alcuni casi, capacità produttiva. Hanno dimostrato che la competitività, oggi, è sempre più un fatto collettivo.

Per le piccole imprese, ossatura del nostro sistema manifatturiero, la filiera rappresenta spesso la condizione di sopravvivenza: è dentro questa rete che trovano massa critica, accesso all’innovazione, tenuta finanziaria e sbocchi internazionali che da sole faticherebbero a sostenere.

Identità

Fare filiera non significa rinunciare alla propria identità. Significa, al contrario, moltiplicarla dentro un sistema più ampio. Significa investire in fiducia, stabilità delle relazioni, co-progettazione dell’innovazione. In territori a forte vocazione manifatturiera questa dinamica è ancora più evidente: le filiere coincidono spesso con comunità economiche radicate, capaci di tramandare saperi tecnici, cultura del lavoro, capacità di adattamento. Rafforzarle non è soltanto una scelta industriale, ma anche una responsabilità economica e sociale.

La sfida, ora, è duplice: irrobustire le filiere esistenti, accompagnandole nelle transizioni digitale ed energetica, e allo stesso tempo renderle più aperte. Solo filiere coese e dinamiche potranno reggere l’urto di mercati sempre più complessi, segnati da tensioni geopolitiche, guerre commerciali, volatilità dei costi energetici e rallentamenti di economie chiave come quella tedesca. In definitiva, è dentro questa trama di relazioni produttive che si gioca una partita decisiva per la crescita.

Perché se è vero che le piccole e medie imprese restano l’anima del nostro sistema economico, è altrettanto vero che la loro forza, oggi più che mai, coincide con la forza delle loro filiere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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