Garbelli: «L’agroalimentare italiano in Cina come simbolo di benessere»

Dalla resilienza delle imprese agricole alla necessità di ripensare i mercati di sbocco, con il mondo come orizzonte strategico per l’agricoltura bresciana. È lungo queste direttrici che si muove l’azione di Confagricoltura Brescia.
A spiegarlo è il presidente Giovanni Garbelli, reduce da una missione imprenditoriale in Cina, nuova tappa di un percorso di internazionalizzazione avviato per rafforzare il tessuto produttivo locale e accompagnare all’estero le eccellenze del territorio, dal Grana Padano – simbolo della produzione bresciana – ai vini fino ai prosciutti, in un contesto di consumi interni stagnanti.
«Questa missione si inserisce in un percorso iniziato a Dubai in occasione dell’Expo 2020. La seconda tappa è stata l’Argentina, quando erano già avviate le riflessioni sugli accordi di libero scambio del Mercosur. Volevamo capire da vicino come un Paese di grandi dimensioni fondi sull’agricoltura uno dei principali asset economici».
Ora lo sguardo si sposta verso il Sud-Est asiatico.
La Cina è un Paese inevitabile, con cui è necessario confrontarsi. Non solo per il ruolo nelle nuove tecnologie e nell’industria, ma anche sotto il profilo agricolo: rappresenta un modello che va osservato e analizzato.
Cosa l’ha colpita del modello agricolo cinese?
Colpiscono soprattutto le dimensioni delle strutture produttive, la determinazione del popolo cinese e l’elevato livello di organizzazione. L’agricoltura bresciana è una realtà di riferimento a livello nazionale, ma gli asset e le risorse a disposizione in Cina sono su scala completamente diversa.
La Cina rappresenta più una minaccia o un’opportunità per le filiere agroalimentari italiane?
Preferisco partire dalle opportunità. Gli incontri all’Ambasciata italiana a Pechino e al Consolato di Shanghai, insieme ai rappresentanti di Ice e Sace, ci hanno fornito indicazioni preziose su come affrontare questo mercato. Non basta visitarlo o studiarlo: occorre presidiarlo direttamente, puntando sulla qualità estrema e sulle produzioni di fascia alta, l’alto di gamma del cibo. Le nostre eccellenze possono intercettare la crescente classe benestante cinese, i milionari sempre più attratti dallo stile di vita europeo. L’agroalimentare italiano può diventare un vero status symbol di benessere.
Esistono anche elementi di criticità nel confronto con quel sistema?
Il sistema agricolo cinese appare diviso tra aziende altamente tecnologiche e produzioni intensive basate su manodopera a basso costo e standard ambientali meno avanzati. In alcuni casi, prodotti presentati come biologici utilizzano sostanze vietate in Europa. Questo confronto mette ancora più in evidenza i progressi compiuti dall’agricoltura bresciana e italiana nell’ultimo decennio, che ha raggiunto livelli elevati di sostenibilità e qualità riconosciuti a livello internazionale, ma che spesso fatica a comunicare e valorizzare adeguatamente.
Che insegnamenti offre il tema degli accordi commerciali, come quello sul Mercosur?
Confagricoltura non è contraria agli accordi di libero scambio, che riteniamo fondamentali per consentire all’Europa e all’Italia di accedere ai mercati internazionali. La nostra contrarietà riguarda piuttosto l’accelerazione con cui è stata portata avanti l’intesa con il Mercosur, senza un adeguato confronto e senza sufficienti garanzie per il sistema agricolo.
Quali conseguenze potrebbero emergere per le filiere italiane?
L’accordo rischia di penalizzare comparti come riso e carni avicole, a causa di criticità legate a contingenti, reciprocità e controlli. Preoccupa soprattutto l’utilizzo, nei Paesi del Mercosur, di fitofarmaci vietati in Europa, con possibili ripercussioni sulla sicurezza alimentare e sulla concorrenza. Senza regole più stringenti si rischia di favorire l’ingresso di prodotti meno tutelati, mettendo a rischio la competitività del made in Italy agroalimentare, che rappresenta un’eccellenza riconosciuta nel mondo.
Confagricoltura sostiene lo sviluppo delle nuove tecniche genetiche, le Tea. Quale ruolo per aumentare la competitività del settore?
Il dibattito su Ogm e innovazione genetica è stato a lungo segnato da contrapposizioni ideologiche che hanno alimentato timori sulla tutela del made in Italy. Questo ha spesso impedito una valutazione scientifica delle opportunità. Oggi l’attenzione si concentra sulle Tea, tecniche di evoluzione assistita più avanzate e meglio comprese rispetto agli Ogm tradizionali. Strumenti che non mettono in discussione la qualità delle produzioni tipiche, ma che possono rafforzarne la competitività.
Quanto conta oggi investire nella ricerca?
È una sfida decisiva. L’agricoltura deve confrontarsi con vincoli ambientali sempre più stringenti, con la riduzione dei fitofarmaci e con gli effetti dei cambiamenti climatici. La ricerca consente di sviluppare varietà colturali più resistenti e produttive. Investire in innovazione genetica può offrire risposte più efficaci e sostenibili rispetto a grandi opere infrastrutturali come bacini di laminazione o faraoniche dighe, garantendo strumenti concreti alle imprese per mantenere redditività e continuità produttiva.
Il via libera europeo alle Tea è sufficiente?
È un passaggio importante, ma resta il problema della lentezza normativa. Mentre altri Paesi utilizzano da decenni tecnologie genetiche senza evidenti effetti negativi su ambiente e salute, l’Italia rischia di perdere competitività. Senza innovazione la riduzione del numero di aziende agricole è destinata a proseguire. Anche le realtà più strutturate risultano fragili nel confronto internazionale. Occorre accelerare su ricerca e sviluppo per garantire un futuro sostenibile al comparto.
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