Copan fa i conti con il post Covid ma lancia la nuova strategia industriale

Il 5 maggio 2023, dopo 1.221 giorni, l’Oms ha annunciato la fine dello stato di emergenza mondiale creato dalla diffusione della pandemia di Sars-Cov-2.
Il Covid, «ei fu»: oggi, parafrasando Alessandro Manzoni, il virus «non è più» così temuto grazie a un’efficace campagna vaccinale e a un’intensa attività di tracciamento, che in quest’ultimo caso ha visto protagonista il gruppo Copan. «La drammaticità degli eventi - non nasconde la presidente Stefania Triva - ci ha spinto ad affrontare una sfida senza precedenti. All’inizio del 2020 eravamo una realtà internazionalizzata, ma "italiacentrica": in un tempo ridotto rispetto agli standard previsti siamo diventati un gruppo multinazionale a tutti gli effetti. E ora dobbiamo gestire al meglio questo passaggio perché dobbiamo far fronte a un inesorabile ridimensionamento del mercato».
I numeri
A fine 2019, prima che scoppiasse appunto l’allerta sanitaria globale, Copan consolidava ricavi per 141,4 milioni. Negli anni a seguire, il monte vendite della società è salito a 304,4 milioni (2020) e poi a 395 milioni (2021). Una parabola che ha iniziato la sua fase discendente in concomitanza (e proporzionalmente) con l’indebolimento della pandemia: il fatturato di Copan si è portato a 316,9 milioni nel 2022 e si è attestato a 262,19 milioni lo scorso anno, generando peraltro effetti negativi sulla marginalità e sul risultato netto. Per capirci: dal 2019 al 2022, il gruppo bresciano ha realizzato utili per 240,69 milioni, mentre il conto economico 2023 si è chiuso con una perdita di 15,62 milioni.
«È stata una sfida senza precedenti e dal punto di vista prettamente economico potevamo agire in modo diverso, più da opportunisti - spiega Triva -: potevamo fare meno investimenti, ottimizzando al meglio quella che era la nostra capacità produttiva di allora. In azienda, però, di fronte alla gravità della situazione c’è stata una forte presa di responsabilità da parte di tutti: il mercato reclamava un numero spropositato di tamponi e per rispondere, seppur solo a una parte di questa immensa domanda di prodotti, abbiamo fatto investimenti che hanno richiesto importanti sforzi finanziari (quasi 90 milioni di euro in un biennio, ndr)».
La voce relativa agli ammortamenti traduce bene il concetto espresso dall’imprenditrice: nel 2019 quel costo era pari a 8 milioni e negli anni a seguire è cresciuto a 11,67 milioni (2020) e poi a 27,8 milioni (2021), a 32,46 milioni (2022) e quindi a 34,15 milioni (2023). La loro incidenza, insomma, è triplicata nel tempo, e oggi ha un «peso» maggiore sui conti.
«Abbiamo decisamente aumentato i costi di struttura, che comunque riusciamo a sostenere grazie a un’ottima condizione patrimoniale e finanziaria costruita negli anni», ammette Stefania Triva. Il valore del patrimonio netto di fine 2019 era di 162,9 milioni, quello dello scorso anno di 387,3 milioni. Non solo: al 31 dicembre 2023, l’indice di indebitamento di Copan risulta pari a 1,4 e conferma che l’azienda copre ancora totalmente con i mezzi propri il capitale investito.
«Siamo un’impresa diversa rispetto a prima del Covid», sostiene la presidente. E per certi versi la citazione manzoniana usata all’inizio per il virus, vale anche per la sua azienda: Copan, «ei fu».
Il punto
In effetti, adesso la capacita produttiva dello stabilimento a Porto Rico (inaugurato nel 2019) è paragonabile a quella del quartiere generale in via Perotti, in città. In via generale, la capacità produttiva di Copan adesso si sviluppa su scala mondiale, con siti attivi anche a Murrieta, in California, a Shanghai, in Cina e a breve pure in Vietnam.

Prima della pandemia, il gruppo bresciano produceva suppergiù 250 milioni di tamponi floccati l’anno, ora la sua capacità supera abbondantemente il miliardo. «Il mercato, però, si è sgonfiato tornando ai livelli del 2019 ed è per questo motivo che il nostro nuovo piano industriale, per il periodo 2024-’28, è stato delineato su un orizzonte diverso», riconosce Triva.
«Per essere più precisi - puntualizza - rispetto ad allora registriamo un 25/30% di domanda in più, trainata in particolare modo dagli Usa e dall’area Asia-Pacifico, mentre l’Europa è come se fosse in una bolla, in una fase di stallo». Ciò non ha impedito a Copan, tuttavia, di proseguire nel bresciano progetti di ricerca volti sviluppare nuovi prodotti destinati a mercati diversi. «Abbiamo siglato anche importanti sinergie con grandi realtà internazionali della diagnostica», svela l’industriale.
Negli ultimi due anni, inoltre, si è registrata una significativa evoluzione della business unit legata all’automazione di laboratorio. «In quell’ambito abbiamo spiccato il volo - ammette Triva senza tanti giri di parole -. Se nella preparazione di un campione si va dal livello 1 a 10, grazie al lavoro fatto anche durante i mesi più duri del Covid oggi abbiamo raggiunto il punto più alto (10). Al mercato offriamo sistemi automatizzati che con l’Intelligenza artificiale permettono al microbiologo di velocizzare il suo lavoro».
I risultati di questo processo si riflettono anche nel bilancio, dove la quota dell’«automazione» sui ricavi cresce in doppia cifra e va a compensare buona parte dei mancati incassi legati alle vendite dei famosi tamponi. «Per di più - chiude - la divisione dell’automazione (Copan Wasp) sarà sempre più interconnessa con quella dei "consumabili", perché quegli impianti utilizzano per la campionatura i nostri tamponi».
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