Il nocciolo duro e insieme il primo impulso della cultura d’impresa è senza alcun dubbio la fabbrica, che nella dottrina industriale è anche la sintesi dei processi e dei prodotti realizzati da uomini e donne che ogni giorno ci lavorano in modo organizzato. Adriano Olivetti concepiva la fabbrica non solo come un centro di produzione, ma come un «creatore di mondi» e il perno attorno cui riorganizzare la società, la cultura e la democrazia. Molti anni dopo di lui, Giuseppe Lupo ha comprovato questo concetto addirittura con un saggio («La modernità malintesa», ed. Marsilio 2023), partendo dalla tesi che nel Novecento la fabbrica si è rivelata un vettore di sviluppo sociale a dispetto di come alcuni autori del secolo scorso la romanzassero in modo negativo.
Difficile contraddirlo per chi è nato e cresciuto in una comunità dove intorno alle mura delle aziende sono sorti nuovi quartieri ed è maturata (non senza tensioni) anche una moderna visione di stato sociale. Il passato e il presente di quasi ogni Comune della nostra provincia sono segnati dalla presenza di una o più fabbriche e per quanto riguarda la città capoluogo, la Centrale del Latte di Brescia è l’efficace rappresentazione di questa circostanza.
Il provvedimento
La sua storia inizia da un Regio Decreto del 29 maggio 1929, che disciplinava la produzione e il trattamento del latte alimentare e promuoveva la creazione delle Centrali comunali del latte. L’obiettivo era soprattutto sanitario: garantire ai cittadini un latte genuino, controllato e sicuro, evitando adulterazioni, annacquamenti e problemi igienici legati alla vendita del latte crudo direttamente nelle stalle. Nel 1930 venne completata la costruzione dello stabilimento in via Lamarmora, all’epoca situato in una zona ancora prevalentemente agricola e il 31 ottobre del 1931 è iniziata ufficialmente la distribuzione del latte pastorizzato in bottiglie di vetro da un litro e mezzo litro, sigillate con alluminio. La Centrale è diventata così un importante presidio per la salute pubblica e un punto di riferimento per la città.

Il libro
Nel 2015, il giornalista Luciano Costa gli ha dedicato un libro: «Centrale come il latte. Una storia, tante storie». Ancora una volta, nelle quasi duecento pagine del volume, in un lungo racconto corredato anche da immagini in bianco e nero tutto ruota intorno alla fabbrica di via Lamarmora, oggi guidata dal presidente Franco Dusina e dal direttore generale Andrea Bartolozzi. Una storia d’impresa fatta di tecnologie e innovazione, di mercato e di materie prime, di crisi e di ricordi e di persone con un futuro ancora da costruire.
La storia
Da 95 anni a questa parte, in Centrale la produzione non si è mai interrotta. Nemmeno durante la guerra, in cui si contavano più donne che uomini al lavoro. Nel 1960 la quantità di latte lavorata raggiunse circa 100.000 ettolitri annui, il doppio rispetto ai livelli precedenti: si rese necessario modernizzare gli impianti. Nel ’62 sono state introdotte le confezioni in cartone Tetra Pak, conosciute dai bresciani come il famoso «triangolo», che hanno sostituito progressivamente le bottiglie di vetro. L’anno successivo è stato installato il primo impianto Uht in Italia per la produzione di latte a lunga conservazione. Nel 1984, fa anche il suo debutto il Tetra Rex, il cartoccio destinato al latte fresco, che diventa uno dei simboli dell’azienda.

Le Centrale nasce come un’azienda pubblica. Nel 1995 avviene la trasformazione in società per azioni e nel 2014 il Comune di Brescia ha ceduto il 44% del capitale a diversi investitori privati, che ancora oggi fanno parte della compagine societaria insieme a una piccola quota (1%) di dipendenti, ex dipendenti e collaboratori. Costa, in appendice al suo libro, sintetizza anche i dati di bilancio dal 1996 al 2024: in quegli anni il valore della produzione è cresciuto da 23,56 a 58 milioni,. Oggi il monte ricavi di Centrale del Latte supera gli 85 milioni di euro e l’ultima riga del conto economico dà sempre più di una soddisfazione ai soci. Oggi è il giorno perfetto per festeggiare tutti insieme.




