Vittoria (o Sconfitta) Alata: variazioni d’autore su un'icona

Ventotto opere ispirate al simbolo di Brescia in mostra da Colossi: e qualcuno la immagina là dove ci fu «il Bigio»
«Sconfitta Alata», di Dorothy Bhawl, 2020, Fine art glacier su carta Ilford galerie, 50 x 70 cm
«Sconfitta Alata», di Dorothy Bhawl, 2020, Fine art glacier su carta Ilford galerie, 50 x 70 cm

In principio era semplicemente alata, ma i festeggiamenti per il suo ritorno hanno fornito l’assist a numerosi artisti e designer, che l’hanno rappresentata celata, destrutturata, pop, in versione cartoon, rapita, animata digitalmente, dai tratti estremamente sintetici o sottoposta ad un ingrandimento di scala 3 volte il reale, atto a simboleggiarne forse la rilevanza storica, forse l’eco mediatica, che è andata amplificandosi a partire dal suo recente ricollocamento nel Tempio capitolino bresciano, in cui da oggi la si può ammirare (su prenotazione).

È la «Vittoria Alata» raccontata tra classicismo e contemporaneità, nella mostra «Vittoria alata, Musa contemporanea», che inaugurerà sabato 20 febbraio alla Galleria Colossi Arte Contemporanea di Brescia. In mostra 28 opere realizzate da altrettanti artisti contemporanei, che hanno risposto alla call-to-action lanciata dal gallerista Daniele Colossi, con l’aggiunta della grande installazione scultorea «Vittoria antropomorfa» - 6 metri d’altezza, che dovrebbero svettare in piazzetta Bruno Boni, di fronte all’ingresso della galleria - progettata dall’architetto e designer Oliviero Baldini su commissione della bresciana Siderweb - la community dell’acciaio.

Tema unico, dunque, ma declinato secondo stili e linguaggi dei diversi autori: nell’opera del noto illustratore Massimo Caccia la Nike bresciana diventa la protagonista femminile rapita da un’innocua versione di King Kong; Marco Sudati ne presenta una versione istoriata su tavola dove, racchiusa entro i perimetri di corpo e ali, si svolge in due atti la storia per immagini della Vittoria; mentre LYS (pseudonimo di Stefano Lupinato) ha realizzato «Vittò»: ologramma con animazione in 3D, farcito di riferimenti alla contemporaneità, tra cui il marchio Adidas e braccia tatuate. Riferimenti all’attualità, sia di stampo globale che tipicamente bresciano, spuntano anche nei lavori di Guido Sarti e Andrea Sangalli. In «Victory is the small thing» Sarti affianca la Vittoria Alata ad una scarpa da ginnastica e gioca sul cortocircuito semantico tra Nike (in greco antico) e Nike (pronunciato in lingua inglese); mentre in «Al mio posto» Andrea Sangalli, con piglio cartoonistico, riesuma la querelle tutta bresciana sulla statua di Arturo Dazzi e propone di collocare la Vittoria alata in piazza Vittoria, al posto del Bigio.

In effetti, l’esistenza della vittoria come concetto e allegoria presuppone la conoscenza del suo diretto contraltare: la disfatta. Ne sono un esempio le due «Sconfitte alate» dell’artista Ario Pizzarelli e del fotografo Riccardo Tonoletti, aka Dorothy Bhawl, entrambi bresciani. Pizzarelli, che da sempre bilancia sapientemente il peso delle parole con quello delle immagini, per celare messaggi dietro rebus visivi, taglia dall’inquadratura il busto della vittoria e iscrive sulle sue ali i luoghi-teatro di sette storiche sconfitte (Novara, Custoza, Lissa, Adua, Caporetto, Amba Alagi, El Alamein). Bhawl, la cui vittoria è appesantita da una predilezione per il junk food, ci parla con chiarezza dei paradossi di un’epoca - la nostra - portata a considerare aprioristicamente il progresso come una miglioria rispetto al passato. Da qui, la sconfitta.

Al contrario, la rappresentazione della classicità nella sua ieratica compostezza rimane intatta nei lavori di Giorgio Tentolini e Angelo Zanella. Il primo è autore di ritratti in cui i delicati chiaroscuri sono ottenuti dalla sovrapposizione di reti metalliche, il secondo delinea il profilo del volto con l’antica tecnica dell’encausto. Colori acidi e riferimenti stilistici alla graffiti-art per la «Viktoria» del bresciano Max Bi, all’anagrafe Massimiliano Battagliola, mentre Stefano Bombardieri presenta una piccola scultura in cui una Vittoria ricoperta da una texture di pennellate si camuffa con la quinta teatrale che la ospita. Una trasposizione in astratto dei connotati della statua è infine fornita da Marica Fasoli, che ha prima plasmato una Vittoria di carta in versione origami per poi squadernare la composizione, regalando allo spettatore il fine racconto di quel che rimane del processo di costruzione/decostruzione.

 

 

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