«Tradurre Harstad una storia d’amore: dopo 7 anni lo rifaremmo da capo»

Maria Valeria D’Avino e Sara Culeddu raccontano il lavoro sul grande romanzo norvegese
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Il nuovo grande romanzo americano - dicono - l’ha scritto un norvegese. Dalla sua pubblicazione il 21 luglio per Sellerio, del monumentale libro di Johan Harstad uscito per Gyldendal nel 2015 si è detto di tutto e scritto anche di più. Sgombriamo il campo a nostra volta: che «Max, Mischa e l’offensiva del Tet» sia un capolavoro non è neppure da discutere. È un dato di fatto sostanziato in 1242 pagine che marciano inesorabili come un commando vietcong.

L’avanzata potrebbe condurre alla disfatta, ma l’abilità narrativa che Harstad aveva anticipato in «Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?» ha realizzato tutto il suo potenziale. Già allora - era il 2008 - a traghettarci nelle lande fisiche e mentali di un giovane Harstad era stata l’ottima traduttrice Maria Valeria D’Avino. A cui si deve, adesso, l’opera colossale di trasposizione linguistica a quattro mani fatta con Sara Culeddu.

Maria Valeria D'Avino e Sara Culeddu © www.giornaledibrescia.it
Maria Valeria D'Avino e Sara Culeddu © www.giornaledibrescia.it

Sette anni, infinite ore di lavoro e almeno due riletture integrali per consegnare ai lettori Max, Mischa, Mordecai, Owen, Beate e l’ineffabile Ulrikke. Le abbiamo costrette a uscire allo scoperto per raccontarci questo libro-fenomeno dal punto di vista di chi, troppo spesso, viene relegata a «svogliate citazioni di nomi fatte più per dovere che per convinzione, insieme al prezzo del libro e al numero delle pagine». E, facendo in primis mea culpa, hanno purtroppo ragione.

Sara e Maria Valeria, quale è stato il primissimo pensiero davanti alla mole, anche fisica, del romanzo?

Dunque, una caratteristica che abbiamo scoperto di avere in comune è una più o meno sana incoscienza. Questo, insieme alla consapevolezza di essere in due, al sostegno affettuoso di Johan Harstad, alla collaboratività della casa editrice – che ha capito che non si trattava di un lavoro normale con tempi normali, anche al di là della mole – ci ha permesso di affrontare l’impresa con una certa serenità. Ci siamo subito rese conto che il romanzo aveva bisogno di un approccio nuovo e di una cura tutta particolare – soprattutto legata alla sperimentazione stilistica – e quindi abbiamo un po’ allentato le redini del tempo, abbandonandoci all’avventura.

Ed è filato tutto liscio?

Se il primo passo è stato guidato dall’incoscienza dell’amore per l’autore e per il romanzo, che entrambe conoscevamo già bene, subito dopo è arrivato il panico. Abbiamo pensato: «Non ce la faremo mai!». Alla fine ci siamo assestate sul ritmo lento ma costante che ci ha accompagnate per alcuni anni.

«Max, Mischa e l’Offensiva del Tet» è scritto in norvegese ma racconta gli Stati Uniti. Come avete gestito questa costante frizione identitaria?

Quella linguistica è una vera e propria sottotrama del romanzo: il dramma di lasciar andare la lingua di origine e acquisirne gradualmente una nuova fino a farla propria è raccontato nel dettaglio. C’è tutto un meta-discorso sulla lingua che non ha avuto bisogno di particolari accorgimenti in traduzione perché, di fatto, è universale. Anche se è sempre esplicito che la lingua di Max è il norvegese, in italiano non si crea uno straniamento, perché Harstad ne scrive come di un fenomeno esistenziale, più che linguistico. In generale, abbiamo mantenuto per tutto il romanzo l’effetto multilingue che Harstad ha creato in originale e che è fondamentale per la poetica dell’opera: espressioni della lingua parlata, nomi di luoghi e di strade, testi di canzoni e altre citazioni sono rimasti in inglese; abbiamo riportato in italiano solo alcuni titoli molto noti di opere teatrali, cinematografiche e letterarie, perché i lettori potessero riconoscerli e seguire il racconto senza effetti stranianti.

La sfida maggiore è stata la resistenza sulla lunga distanza o governare una sintassi dominata da periodi che talvolta sembrano non finire mai?

Come si diceva, a un certo punto abbiamo trovato il ritmo. Inoltre, è stato molto prezioso il faticoso lavoro degli ultimi mesi, fatto dopo aver concluso la traduzione e la revisione. Nell’ultimissima fase abbiamo riletto il testo integralmente almeno due volte per cercare ogni piccolo dettaglio stilistico che potesse essere rimasto poco a fuoco.

Ed eravate soddisfatte?

La sensazione più assurda che abbiamo provato alla fine della seconda rilettura, e che forse ci ha fatto capire che il testo era pronto è stata: ecco, ora potremmo ricominciare da capo. E non per ansia, ma per puro piacere. Ciò detto, la difficoltà maggiore è stata senza dubbio la resa stilistica: laddove in norvegese i fiumi di parole senza interruzione e caratterizzati da una sintassi complessissima sembravano incredibilmente funzionare (pur nel loro evidente straniamento linguistico), la sfida era ritrovare la giusta forma, il giusto livello di equilibrio tra flusso e asfissia, magari chissà anche bellezza, in italiano. Imparare a fidarsi di nuove potenzialità della nostra lingua, e soprattutto coltivare la fiducia verso i lettori, pensare che ce l’avrebbero fatta e si sarebbero lasciati trasportare. Ci sembra che da questo punto di vista sia andata bene…

Le costellazioni culturali di Harstad sono sterminate: teatro d’avanguardia, cinema d’essai, arte, musica di nicchia. Che tipo di sforzo filologico e di ricerca enciclopedica ha richiesto decodificare i questi riferimenti?

In generale ogni traduttore si costruisce una squadra di consulenti più o meno professionali a cui ricorrere quando le ricerche ufficiali non offrono risposte precise: medici, ingegneri, artigiani e tecnici di ogni genere... Nel tempo a noi è capitato di consultare un club della maglia danese sulle tecniche di lavoro in uso nelle Faroe e la biblioteca del Ministero della Marina sull’attrezzatura navale del Settecento... Nel caso di questo libro, nei titoli di coda avremmo dovuto dei ringraziamenti a un critico teatrale e a un esperto di arte contemporanea, ma anche a un architetto norvegese appassionato di jazz e a un economista che ha fatto l’artigliere durante il servizio militare.

Come è stato il dialogo con Harstad e in che modo ha accompagnato il vostro lavoro?

Per Maria Valeria il dialogo dura da quasi vent’anni, dalla traduzione di «Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?» uscita per Iperborea nel 2008. Harstad è sempre stato aperto a un confronto costruttivo coi suoi traduttori; e nel lungo processo di questa traduzione ci ha sempre sostenute, incoraggiate ed è rimasto in ascolto dei nostri dubbi. All’inizio ci ha anche fornito un file in cui aveva raccolto le perplessità dei traduttori che avevano lavorato prima di noi sul libro, oltre a indicazioni e desideri sull’impostazione grafica, sull’ortografia e sulla punteggiatura. Va ricordato che Harstad è anche un grafico molto affermato nel suo Paese: è un autore generoso e molto attento a tutte le fasi del processo editoriale.

Lo scrittore Johan Harstad
Lo scrittore Johan Harstad

Oltre alla voce dell’autore, l’opera è un incastro di tantissimi punti di vista. Come avete orchestrato la fusione delle vostre voci in questo coro?

Saper armonizzare la propria voce alla voce altrui — o meglio: cogliere, preservare e restituire la voce originale dell’autore — è la dote principale di un traduttore. Di fronte a un’opera così ampia e composita abbiamo dovuto innanzitutto metterci in ascolto delle diverse anime che la componevano: quella dell’io narrante, che non coincide in nessun caso con quella dell’autore; quelle dei personaggi principali e secondari, alcuni presenti solo per poche pagine ma tutti stilisticamente ben delineati; le voci nascoste dei luoghi, degli oggetti, delle immagini evocate... Fondere le nostre rispettive voci, continuamente temprate al fuoco di questa ricerca, e orchestrarne la resa in italiano attraverso decine di revisioni reciproche non ci è sembrato, a quel punto, un compito insormontabile.

La traduzione è per definizione un lavoro invisibile. Cosa si prova, professionalmente, a firmare la versione italiana di un’opera di questa portata e risonanza?

L’invisibilità non esiste! È un inganno per chi la postula e per chi la subisce. Nessuno traduce da una posizione di neutralità, tutti lasciamo traccia di noi nei testi che produciamo. La nostra lingua non è neutra, ma è impastata della nostra esperienza, dei nostri studi, delle nostre letture. È come se dicessimo: «Guardate, spuntiamo da tutte le parti, ci prendiamo la responsabilità di fornirvi la nostra lettura di questo testo, che non è definitiva né immutabile, ma è la migliore che abbiamo potuto produrre finora. E siamo pronte a difenderla».

È una rivendicazione sacrosanta...

Esatto. Si tratta di una consapevolezza e di una responsabilità che sarebbe bello incontrare all’altro lato, quello della ricezione. Un lettore professionale, un critico letterario o un recensore dovrebbe avere gli strumenti per riconoscere che il traduttore compie sul testo un lavoro critico e interpretativo, sottoponendolo a verifica come fa con gli altri elementi del testo. Questo sì che sarebbe un vero e proprio cambiamento di paradigma rispetto alle svogliate citazioni dei nomi — quando ci sono — fatte più per dovere che per convinzione, insieme al prezzo del libro e al numero delle pagine. Ciò detto: per quanto in questi mesi sia stato gratificante vedere citati moltissimi passaggi dell’opera e rendersi conto di quanti lettori e lettrici si siano emozionati alle parole del romanzo, sarebbe molto bello se sempre più spesso, in calce alle citazioni, si ricordasse chi è stato a scegliere quelle parole, a limarle e a faticare perché raggiungessero il loro obiettivo.

A voi, in definitiva, il romanzo è piaciuto?

Arrivati a questo punto non sappiamo se c’è ancora bisogno di rispondere. I filtri li abbiamo abbandonati diverse domande fa e, forse, quest’intera conversazione non è che una dichiarazione d’amore a Harstad e al suo romanzo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Buongiorno Brescia

La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...