Teresa Ciabatti: «Donnaregina viene da Michela Murgia, è il suo lascito»

La scrittrice, finalista del Premio Strega, ha parlato del legame tra il libro e l’amica
Francesca Roman
La finalista del Premio Strega, Teresa Ciabatti © www.giornaledibrescia.it
La finalista del Premio Strega, Teresa Ciabatti © www.giornaledibrescia.it

I ghiaccioli che si sciolgono e cambiano forma, come la vita. Il romanzo che si intreccia con la realtà. Il racconto del super boss della Camorra che diventa un viaggio di introspezione della protagonista, alias dell’autrice, tra amore e morte, senza epica, ma con una scrittura misurata e commovente.

Il percorso

Teresa Ciabatti non ha concesso interviste alla stampa, dopo la polemica legata all’amica Michela Murgia, ma ieri sera è stata ospite della rassegna «Librolago», organizzata dalla Biblioteca comunale di Manerba nella Pieve vecchia. Sollecitata dalle domande di Valentina Berengo, la scrittrice ha ripercorso la genesi e il senso profondo del suo romanzo «Donnaregina», Mondadori, finalista del Premio Strega 2026.

«Ho impiegato quattro anni per scriverlo - ricorda Ciabatti - e nasce da un suggerimento di Roberto Saviano, che è un amico. Mi disse che secondo lui il boss con me avrebbe parlato, perché mi avrebbe vista come una casalinga innocua. E così è stato: non avevo strumenti d’inchiesta e questo mi ha permesso di farlo sentire molto libero, di fidarsi. Lui si raccontava come voleva che io lo raccontassi, ma poi mi sono accorta che le sue parole erano in qualche modo filtrate da Gomorra, che ha mostrato ai criminali cosa piace al pubblico. Sembrava un racconto di terza mano».

«Così - prosegue la scrittrice - se all’inizio volevo raccontare di questo super boss, poi invece piano piano ho capito che il libro non sarebbe stato quello. Sapevo che era un racconto filtrato da lui, non cercavo nessuna verità, ma mi piaceva come lui si raccontava, nella grandiosità, in modo epico. Eppure le parti dove io parlo di lui non sono mai epiche. Tutto quello che parte in grande, finisce in piccolissimo, quasi ridicolo».

Il legame

«È un libro che ha cambiato forma via via - ribadisce Ciabatti -. Mi interessava di più il ricasco che quest’uomo aveva nella giornalista. Così è diventata la storia di una donna di 50 anni che ha il desiderio di immergersi in un mondo lontanissimo di cui non sa niente. In realtà è un viaggio che le cambia lo sguardo e la costringe a vedere quello che non ha visto, per esempio la figlia. Paradossalmente, grazie al cammino fatto nella criminalità, riesce a vedere il dolore e il malessere della figlia e, insieme a lei, di un’intera generazione».

«Per me questo libro è un risveglio e una critica al modo di vivere da salotto - spiega l’autrice - che ci permette empatia a tratti: guardiamo la guerra e ci commuove, ma poi torniamo alle nostre vite. Però c’è un modo per non vivere così immersi nel proprio privilegio». «Mentre il boss le racconta la morte per interposta persona - conclude Ciabatti - la protagonista la sperimenta da vicino con la morte di una cara amica. Nella mia vita questa amica era Michela Murgia, che ha alzato l’asticella del dicibile, ha significato una nuova fase della mia esistenza, tutta basata sulla sincerità, e questo ha condizionato anche la mia scrittura. Ecco perché questo romanzo viene da Michela, è il suo lascito. Mi ha lasciato questo impeto e questo coraggio di affrontare qualsiasi cosa, anche la morte».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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