Odeon di Lumezzane, Decio: «Otello denuncia una tragedia attuale»

Una tragedia immortale che continua il suo viaggio in un adattamento pungente e attuale, che frammenta Shakespeare in un monologo a dodici voci: Carlo Decio porta domani, venerdì 24 aprile, alle 21 al teatro Odeon di Lumezzane «Otello Pop Tragedy».
Con la regia di Mario Gonzalez e la produzione di Teatro de Gli Incamminati & Campo Teatrale, lo spettacolo si inserisce nel cartellone della rassegna Proposta 43, a cura di Treatro Terre di Confine. L’ingresso allo spettacolo costa 10 euro (intero), 8 euro (ridotto under 18 e over 65, residenti), informazioni a questo indirizzo mail oppure contattando il numero 338-5946090.
In attesa di vederlo in scena, abbiamo intervistato il protagonista.
Carlo Decio, qual è stata la genesi di questo spettacolo?
Il percorso di «Otello Pop Tragedy», e in generale di questo filone che riporta in scena grandi classici della letteratura mondiale, è nato dal folgorante incontro con il regista Mario Gonzalez. Con lui ho capito la differenza tra insegnante e maestro: noi attori siamo anime fragili, lui ha saputo farmi sentire bravo. L’idea era quella di riproporre classici che a scuola fatichiamo a digerire: se hanno superato i secoli, però, un motivo c’è.
Perché la scelta è caduta proprio su Otello?
È una storia che ha più di 400 anni ma che parla dell’animo umano, e quello non è mai cambiato. Gelosia, invidia, cattiveria umana: la tragedia si dipana a causa della difficoltà di comunicazione dei personaggi. Ingenuamente viene da pensare «ma perché non si parlano?», eppure è così che le relazioni umane si sgretolano. C’è poi il tema della violenza: Desdemona sul finale pronuncia una frase che mi dà i brividi: «innaturale è la morte che uccide per amore». È un tema sempre attuale, tanto che lo spettacolo ha avuto anche il supporto della sezione di Lecco del centro antiviolenza Telefono Donna.
Dodici personaggi in scena, e tutti interpretati da lei: che cosa deve aspettarsi il pubblico?
Metto in campo diversi linguaggi: la narrazione, la caratterizzazione dei personaggi ed il mimo. Non uso maschere, e in scena sono completamente solo: il mimo mi consente di sopperire alla mancanza di oggetti in scena, e la caratterizzazione dei personaggi di renderli unici e riconoscibili al pubblico. Per farlo abbiamo dovuto rappresentare il loro cuore, i loro sentimenti più veri. Mi piace anche l’idea di portare il linguaggio cinematografico a teatro, pensando alle scene come se fossero inquadrature.
Che rapporto creano queste scelte con il pubblico?
Mario Gonzalez mi chiede sempre di essere concentrato in maniera aperta: spesso quando ci concentriamo tendiamo a chiuderci, lui vuole che io presti attenzione a ciò che mi circonda. Ogni replica, quindi, è unica: il testo non deve diventare una canzone vuota, voglio essere sincero. Mario mi dice sempre di ridere solo se mi viene da ridere, di piangere solo se mi viene da piangere: se tra il pubblico sento un rumore lo uso per la narrazione, e lascio che ogni sera i miei personaggi interagiscano tra di loro in modo nuovo.
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