Cultura

Franzinelli: «Dobbiamo affrontare i fantasmi del passato senza tabù»

Nicola Rocchi
Lo storico sulle ombre del post Liberazione a partire dall’eccidio di Sant’Eufemia fino alla strage di Bovegno
Prigionieri tedeschi scortati in corso Zanardelli
Prigionieri tedeschi scortati in corso Zanardelli
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Il 9 e 10 maggio 1945, a Sant’Eufemia alle porte di Brescia, un gruppo di ex partigiani uccise una quarantina di fascisti arrestati poco prima. Quella violenza, avvenuta a guerra ormai finita, sconcerta e pone domande: «Com’è possibile – si chiede Mimmo Franzinelli – che giovani protagonisti della lotta per la libertà contro dittatura e occupazione straniera si trasformino in spietati giustizieri?».

Lo storico bresciano risponde con un libro, «La resa dei conti. Dalla guerra civile alla violenza postbellica» (Mondadori, 312 pp., 24 euro), nel quale il «caso Sant’Eufemia» è per la prima volta ricostruito in dettaglio, attingendo a un fondo documentario finora inedito della Fondazione Luigi Micheletti e ad altri archivi.

Partigiani in corso Zanardelli
Partigiani in corso Zanardelli

Per comprendere le ragioni di quell’atto, Franzinelli compie un «viaggio a ritroso nella violenza politica», concentrandosi in particolare sulla «guerra totale» esplosa dall’autunno 1943 con l’occupazione tedesca. Capitoli del libro sono dedicati alle lotte in Valtrompia e in città, all’eccidio di Bovegno – 16 civili uccisi dai nazifascisti nel Ferragosto del 1944 – e ai crimini della «banda Sorlini», il raggruppamento di polizia speciale operante nei giorni della Repubblica Sociale.

Franzinelli, lei invita a valutare il caso di Sant’Eufemia evitando «le seduzioni dell’anacronismo». Cosa intende?

Invito a non interpretare, con gli stereotipi e i moralismi di oggi, la realtà di oltre 80 anni fa: un’Italia che si dibatteva in una dittatura ventennale, con una guerra voluta dal duce che aveva provocato una quantità di morti e rovine. Usciti da quella guerra, chi si era battuto contro il nazifascismo cerca i responsabili, li vuole individuare e punire.

Partigiani in Valsaviore
Partigiani in Valsaviore

Si arriva così all’eccidio di Sant’Eufemia?

Ero partito da quell’evento, ma mi sono reso conto che per capirci qualcosa bisognava ritornare quanto meno all’estate del 1943. È quello che ho fatto in questa ricerca storica, dando ragione di partigiani destinati a una fine tragica come Giuseppe Verginella, comandante della 122.ma Brigata Garibaldi, e poi il suo successore Bruno Gheda; o rievocando il rastrellamento sul Corno del Sonclino del 19 aprile 1945, con torture terribili contro ex disertori della Rsi passati con i partigiani. Comprendere non vuol dire giustificare, ma spiegare come si sia arrivati a quell’eccidio.

Perché la strage di Bovegno è un «caso esemplare di giustizia negata»?

Nell’agosto 1945 i carabinieri di Bovegno interrogarono una ventina di testimoni, quasi tutte donne. Ho ritrovato questo materiale a Verona, negli archivi del Tribunale militare. Sono testimonianze di grande rilievo e sensibilità, da cui emergono le dinamiche dell’eccidio e soprattutto il protagonismo di alcuni fascisti che nomino nel libro.

Poi tutto si è insabbiato e anche il fascicolo su Bovegno è stato sepolto nel famigerato «armadio della vergogna» della Procura generale di Roma. Nel processo del 1948 a Bologna furono ignorate le responsabilità dei fascisti e persino quelle dei tedeschi, perché dopo quattro anni non si riusciva a individuarli.

Partigiani si impadroniscono del castello di Brescia
Partigiani si impadroniscono del castello di Brescia

Cos’altro ha potuto documentare?

L’imbarbarimento tipico delle guerre civili. E anche le divisioni dentro la Resistenza tra i lealisti del Cln di Brescia e i «giustizialisti» di Luigi Guitti detto Tito Tobegia, comandante della 122.ma Brigata Garibaldi nell’ultimo mese di scontri. Si comprende che dentro i singoli schieramenti vi erano posizioni differenziate. Anche tra i fascisti, ad esempio tra la Questura e Ferruccio Sorlini, capo della banda omonima: un personaggio che era praticamente sconosciuto anche sul versante storiografico, al quale dedico due densi capitoli.

Perché queste vicende hanno «valenza nazionale»?

Ho concepito «La resa dei conti» non come un libro di storia locale, ma come un caso nazionale. Con dinamiche specifiche, a partire dal fatto che Brescia è a due passi da Salò, che fu la capitale della Rsi, e quindi non è una città come un’altra.

Le celebrazioni del 25 aprile sono accompagnate, anche nel Bresciano, da polemiche e divisioni. I «fantasmi» di quella guerra civile incombono ancora?

Sì, e sarà così finché non li si affronterà in modo razionale, senza tabù o scandalismi, partendo anzitutto dal valore della ritrovata dignità nazionale che la Resistenza ha incarnato. Senza la Resistenza i nazifascisti sarebbero stati più forti e l’Italia sarebbe poi stata considerata solo alla stregua di nazione vinta.

Da storico, sono convinto che dopo 80 anni non debbano più esservi fantasmi, ma il ricordo realistico di uomini e donne che, con tutte le contraddizioni proprie e del loro tempo, si scontrarono nel dramma della guerra civile. Si riscoprì poi il valore della democrazia, un bene imprescindibile e oggi ancora più prezioso, da custodire e alimentare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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