Una riflessione sul senso dell’obbedienza come categoria filosofica ed esistenziale, tra etica, libertà e responsabilità. A portarla sarà Salvatore Natoli, il celebre filosofo dello «stare al mondo», che interverrà mercoledì sera alle 21 a Palazzo Maggi di Corzano (via Curzio) per la 21esima edizione del Festival Filosofi lungo l’Oglio, con una lectio magistralis dal titolo «Obbedienza: disponibilità all’ascolto e accoglienza della parola» (ingresso libero).
La cristallina disamina di Natoli condurrà alla (ri)scoperta di una virtù eccellente, che ha come sua prerogativa l’apertura all’ascolto dell’altro. Salvatore Natoli è stato a lungo professore di Filosofia teoretica all’Università degli studi Milano-Bicocca; tra le sue opere recenti si annoverano «Il posto dell’uomo nel mondo. Ordine naturale, disordine umano» e l’ultimo, «Nonostante tutto. La costanza come laboratorio di speranza» a cura di Francesca Nodari, direttrice del festival. Per l’occasione lo abbiamo intervistato.
Professor Natoli, ci illumini sul significato profondo del termine «obbedienza»…
Riguarda il valore dell’obbedienza proprio come virtù, come pratica umana. Soprattutto, vorrei far spiccare il lato positivo dell’obbedienza. Bisogna dissolvere un luogo comune che identifica nell’obbedienza una condotta negativa, fatta coincidere quando va bene con l’esecuzione di un ordine e, nel caso peggiore, con un atto costrittivo. Altra cosa importante, tipica delle vecchie educazioni familiari, è la disobbedienza punita con la sanzione; c’è stata una lunga pratica educativa che ha identificato l’obbedienza con qualcosa di repressivo nei confronti della personalità dell’altro, tanto che nel famoso libro di Don Milani «l’obbedienza non è più una virtù». In realtà, se si guarda all’etimo la parola deriva dal latino «obaudio», che significa stare in ascolto di qualcuno che è davanti a noi.
Il che si connette alla parola chiave del festival: «ascoltare».
Certamente. L’obbedienza è la forma più alta di ascolto: ci si sottomette non nel modo acritico di «dire sì», ma in quanto si ascolta la parola dell'altro e la si prende su serio. Oggi viviamo in un mondo dove il problema è non tanto la disobbedienza quanto l’indifferenza. Infatti la disobbedienza può essere opposizione, un contraddittorio quindi anche un elemento positivo: considero quello che tu dici, però ho buone ragioni per non essere d’accordo con te. La disobbedienza diventa grave quando si trasforma in indifferenza. Siamo in una società dove non si sta a sentire e prevale molto la chiacchiera. Ciò introduce un altro punto basilare, che è il richiamo alla responsabilità: nell’obbedienza noi siamo responsabili della vita degli altri, perché siamo coinvolti nella loro esistenza.
Questo discorso assume anche una valenza sotto l’aspetto civile, politico in senso ampio.
Anzi direttamente, perché ha a che fare sia con la nozione di legge, sia con la nozione di disobbedienza civile. La legge è qualcosa cui si obbedisce, a cui si è conformi. Ma qual è la sua ratio? Le leggi non sono fatte per reprimere bensì per comunicare un’informazione, per istruire i soggetti, dato che le nostre esistenze sono fatte di reciproche aspettative. Quando non c’è una frequentazione abituale, ordinaria, in cui possiamo aspettarci quel che l’altro farà, ma un rapporto tra distanti, la legge è l’unico modo in forza del quale non confliggano i desideri, e non si produca una rottura sociale.
E qual è il nesso fra obbedienza ed «etica del limite»?
Se non si accetta il proprio limite, la finitezza umana, si cade in un delirio di onnipotenza. È un tema, questo, estremamente attuale. Le guerre sono condotte da individui prepotenti, che ignorano, cancellano le istanze altrui. La guerra ha una funzione originariamente di appropriazione: non riconosci all’altro la sua legittimità, dunque non lo ascolti per niente, lo liquidi come mero ostacolo. Le guerre, ancora una volta, si possono evitare o si possono risolvere soltanto se ci si mette in ascolto. Cos’è in fondo la diplomazia se non mettersi in ascolto? Farsi carico degli argomenti dell’altro, prendere su serio ed essere obbedienti alle sue esigenze.



