Il sacro fuoco di Olimpia, partito dall’Ellade quasi tremila anni fa

La fiaccola col fuoco olimpico, portata da svariati e spesso famosi tedofori, ha risalito tra ali di folla la penisola e giunge oggi, dopo un passaggio da Iseo e dalle zone del Sebino, a Brescia, ove alle 19,30 è prevista l’accensione del braciere in piazza della Vittoria. Domani, domenica, ripartirà da Desenzano alla volta delle sedi dei giochi invernali, ma prima passerà ancora nel territorio della nostra provincia attraverso il passo del Tonale e l’Alta valle Camonica.
Il fuoco olimpico era stato acceso in Grecia a Olimpia il 26 novembre; con la fiaccola che lo custodisce era poi arrivato ad Atene nel famoso stadio Panathinaiko detto anche Kallimármaro (“dai bei marmi”, costruito tutto in marmi del Pentelico), ed era sbarcato successivamente in Italia, accolto a Roma dal presidente Mattarella e dalle autorità del Coni.
Sappiamo che la fiaccola giungerà a Milano allo stadio Meazza di San Siro per la cerimonia di apertura in programma il 6 febbraio, dopo un viaggio di dodicimila chilometri attraverso sessanta tappe in altrettante città.
Il mito e il rito

Ma qual è l’origine greca del suggestivo cerimoniale? Dobbiamo innanzitutto distinguere dalla fiaccola quello che è il fuoco nel braciere olimpico, che ardeva sin dall’origine dei giochi nel 776 a.C. nella città di Olimpia nel Peloponneso, e che arde tuttora durante i giorni delle gare delle Olimpiadi moderne.
Il fuoco era ed è un simbolo importante per la storia dell’umanità: nel mito greco era infatti il dono agli uomini fornito dal titano Prometeo, che l’aveva sottratto agli dèi per beneficare i viventi sulla terra. Nel tempio a Olimpia della dea Estia, quella che a Roma era chiamata Vesta, un braciere col fuoco ardeva perennemente; ma altri fuochi erano accesi apposta durante le gare olimpiche nel vicino Heraion, il santuario della dea Hera moglie di Zeus. Qui tra le colonne dell’antico tempio si è acceso ancora una volta il fuoco olimpico destinato alla staffetta dei tedofori, con una suggestiva cerimonia che ha visto come protagoniste atlete e attrici greche. Si è eseguito l’inno olimpico, composto dal poeta greco Kostís Palamàs, un canto che invoca lo spirito immortale padre della bellezza perché scenda a incoronare i vincitori.
Ma questa cerimonia è novità moderna, sconosciuta al mondo antico. Infatti è solo dalle Olimpiadi di Berlino del 1936 che questo rito viene svolto, quando il dirigente sportivo tedesco Carl Diem ne propose e avviò l’iniziativa, immaginando una sorta di processione trionfale attraverso le varie nazioni e città per portare da Olimpia a Berlino la fiaccola accesa nella patria delle olimpiadi. Così avvenne e da allora il rituale si ripete tradizionalmente, allargato dal 1952 in poi ai giochi invernali di Oslo.
Gli antichi poeti

La Grecia mantiene ancor oggi l’inizio del rituale della fiaccola, pur con le varianti introdotte recentemente circa il suo trasporto attraverso i continenti: l’Ellade è custode consapevole del suo significato collegato all’origine sacra di questi giochi. Essi risalgono a quel 776 a. C. che è la prima data accertata della storia greca, il punto di partenza di ogni successiva cronologia.
Il grande poeta Pindaro aveva composto all’inizio del V secolo a. C. molte liriche dedicate ai giochi sportivi panellenici, quelli svolti a Delfi, a Corinto e a Nemea, ma soprattutto a Olimpia: di lui ci sono rimaste quattordici liriche chiamate Olimpiche, tra le quali la prima ci dice che il più prezioso degli elementi naturali è l’acqua, il più ricco dei metalli è l’oro, il più splendente degli astri in cielo è il sole, mentre le gare più gloriose sono quelle che si svolgono a Olimpia. La celebrazione da parte di Pindaro nasce dalla convinzione che i giochi sportivi incoronavano quelli che egli considerava non solo campioni di forza fisica, ma anche portatori di valori morali e civici.
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