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L’Uomo Gatto, Fauner e la «carnevalata» dei tedofori

Per voler essere inclusivi a tutti i costi, si è finito per escludere i primi che ci sarebbero dovuti essere senza se e senza ma
L'Uomo Gatto con la torcia olimpica
L'Uomo Gatto con la torcia olimpica
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Come la volpe con l’uva. Solo che in questo caso la volpe non ha avuto alcuna difficoltà ad ammettere che all’uva ci sarebbe voluta arrivare, eccome. Di più anzi, la volpe si aspettava che quell’uva le venisse offerta su un piatto d’argento. Fu così che all’improvviso, 100 metri diventarono della discordia. Fu così allora che le Olimpiadi invernali Milano-Cortina divennero sul serio Olimpiadi italiane e risvegliarono la grancassa mediatica, altrimenti dormiente o d’interesse per i veri appassionati.

Ma di fiabesco qui non c’è proprio un tubo. E nemmeno uno slittino: la kermesse a 5 cerchi ha finito per generare un’attesa main stream non tanto – o non soltanto – per la portata dell’evento, ma perché nel frattempo è stata farcita da un succoso polemicone che imprime il suo indelebile e inconfondibile timbro di italianità. Come fosse il sesto cerchio, quello dei mal di testa che da giorni affliggono Comitato organizzatore e Ministero dello Sport che si sono ritrovati coinvolti in una imprevedibile, improbabile e metaforica partita tra Silvio Fauner, oro olimpico nella 4X100 di Lillehammer ’94, e l’Uomo Gatto – alias Gabriele Sbattella –, che negli anni ’90 stracciava tutti in un’altra specialità: la 7X30. Che però era il gioco finale di ogni puntata del quiz show televisivo Sarabanda. Non manca davvero nulla signore e signori perché «siamo figli di Pitagora e di Casadei. Di Machiavelli e di Totò» come ci ricorda anche un datato, forse anch’esso improbabile, featuring di Little Tony con Gabry Ponte.

Riassunto veloce, a ogni modo: Fauner, al pari della stragrande maggioranza dei medagliati olimpici azzurri, non è stato in alcun modo coinvolto nel cerimoniale d’apertura delle Olimpiadi. Si sarebbe accontentato anche di una chiamata per percorrere 100 metri con la torcia olimpica in mano. Un onore che invece è toccato al secondo che per portare quella fiaccola non ha naturalmente titolo, ma che non ha comunque saltato file o goduto di favoritismi particolari: si è candidato al ruolo di tedoforo registrando le proprie generalità su un apposito portale online. Il suo nominativo insomma, è stato pescato da una virtuale urna così come quello di altre centinaia di anonimi e immeritevoli (da un punto di vista di un qualunque palmarès sportivo). Insomma, se si fosse registrata, sarebbe potuto toccare anche a una nostra «zia Maria» qualunque.

L’Uomo Gatto ha avuto il torto di essere il meno anonimo tra gli anonimi ed è così diventato il simbolo dell’ingiustizia lamentata da Silvio Fauner, che nel giro di poche ore dal suo – sacrosanto – lamento si è ritrovato capofila di un vero e proprio movimento di protesta e indignazione. Al quale hanno via via aderito altri olimpionici della storia che fino a quel momento non avevano avuto la forza, la voglia o l’interesse a uscire allo scoperto come ha fatto Fauner. La cui reazione del tutto genuina, e sacrosanta, ha innescato la scintilla per far detonare la polemica politica ai massimi livelli. E via al balletto (dello scarico) delle responsabilità con il ministro dello Sport a spedire la palla nel campo del Comitato organizzatore, col Comitato organizzatore subito pronto a rispedirla al mittente. Al Ministero dello Sport «non sapevamo», in Fondazione «non sapevamo». Insomma, come da tradizione, tutto rigorosamente all’insaputa di chi fa e dà le carte, ma soprattutto di chi distribuisce risorse e fondi.

Nel profluvio di supercazzole è mancato solo un «e i marò?» A metterla su questo piano però occorrerebbe mettersi a ricordare gli scontri Governo-Malagò nella dura battaglia per il Coni e aprire tutta una serie di file. Forse non sbaglieremmo. Tuttavia, c’è anche il caso che stavolta si tratti di pura e semplice sciatteria. Di clamorosa sottovalutazione del significato dei riti olimpici. Della potenza della simbologia. Di cosa possano voler dire 100 metri. Che se per qualcuno degli anonimi di cui sopra ha rappresentato l’opportunità di viversi un momento di gloria e sentirsi sul serio orgoglioso di essere italiano, se per altri (pochi, speriamo) sono stati l’occasione di «farci sopra» qualche follower o qualche soldo rivendendo (anche a 1500 euro) la tuta ufficiale da tedoforo, per chi ha dato lustro al nostro Paese attraverso eroiche imprese sportive avrebbero rappresentato il coronamento di una storia personale diventata collettiva attraverso la conquista di un podio.

Il fatto che nessuno, tra i “pensatori” incaricati abbia pensato che ci potesse essere l’eventualità che per qualcuno un mancato invito a percorrere 100 metri olimpici potesse rappresentare un affronto, è molto grave anche se non ci sono stati malafede o dolo. È grave perché significa che il percorso per far arrivare la torcia ad accendere il sacro fuoco del braciere di Olimpia è stato organizzato come una carnevalata, o peggio una scocciatura un tanto al kg. Ma basta vedere e leggere l’emozione con cui gli sportivi vip che la fiaccola l’hanno portata (a loro sì, gli inviti sono arrivati) per comprendere il valore.

Cento metri non sono due passi: sono l’impronta nella storia. E ci è voluto Silvio Fauner, 30 anni dopo Silvio Fauner, a ricordacelo. E ci è voluto l’Uomo Gatto, 30 anni dopo, a ricordarcelo. Fauner e l’Uomo Gatto (incolpevole, giusto ribadirlo) nella stessa frase. Chi lo avrebbe mai detto? Gabry Ponte e Little Tony: «Siamo figli di Pitagora e di Casadei. Di Machiavelli e di Totò». Di una 4X100 e di un 7X30. Infatti, ci sarebbe potuto essere spazio per tutti: solo che qui, per voler essere inclusivi a tutti i costi si è finito per escludere i primi che ci sarebbero dovuti essere senza se e senza ma. Buona Olimpiade – anche a vostra insaputa – a tutti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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