«Ha vinto la capacità di trattare temi caldissimi della contemporaneità partendo da oggetti d’impatto». A leggere l’assegnazione del Micheletti Award all’Haus der Geschichte di Bonn è René Capovin, direttore del Musil e giurato dell’European Museum Academy (Ema).
Capovin, quali criteri hanno convinto la giuria?
Il museo intreccia i diversi codici del linguaggio moderno. C'è l’oggetto storico, la multimedialità e una forte dimensione scenografica. Questa museografia offre spazi di sperimentazione enormi rispetto ai musei d’arte classici, dimostrando come la scenografia possa diventare un eccezionale strumento di narrazione senza perdere il rigore scientifico.

Il Premio Micheletti compie trent’anni. Con quale spirito nacque questa avventura?
Più che di un’intuizione d’avanguardia, parlerei della capacità umile di aprirsi e imparare guardando all’estero, verso chi era più avanti di noi, per portare anche in Italia modelli espositivi allora inediti. Il premio nacque nel 1996 da una straordinaria storia di amicizia tra Luigi Micheletti e Kenneth Hudson, il fondatore del primo premio per i musei europei. Alla morte di Micheletti nel 1994, Hudson volle dedicargli un riconoscimento che inizialmente doveva durare un solo anno. Quel legame è diventato una tradizione trentennale.
Bonn dimostra che la memoria può essere interattiva e pop. È la direzione del futuro?
La sfida consiste nel far camminare insieme due anime: parlare i linguaggi della contemporaneità per intercettare le nuove generazioni, mantenendo un’assoluta autorevolezza scientifica. Quando si affronta la storia contemporanea, ci si confronta con vicende profonde e spesso dolorose. Il museo moderno deve saper coinvolgere senza banalizzare. Oggi queste realtà sono fondamentali perché colmano un grande vuoto: a differenza delle news rapide dei media tradizionali, che schiacciano il passato sui singoli eventi famosi, il museo permette di fermarsi, approfondire e comprendere i veri processi storici.
In trent’anni l’Italia ha trionfato solo due volte, con Napoli e il Muse di Trento. Come valuta la nostra museologia?
Bisogna essere diretti: la cultura italiana è storicamente incentrata sul patrimonio artistico. Questo fa sì che l’altro patrimonio — industriale, scientifico, etnografico — sia meno presente nell’immaginario collettivo. Rispetto al resto d’Europa siamo indietro. Il premio ha valorizzato due delle nostre eccezioni più significative. All’estero c'è una maggiore abitudine a costruire percorsi che parlano al visitatore non attraverso la contemplazione passiva di un quadro, ma tramite la ricostruzione di ambienti e di spaccati di vita quotidiana di persone comuni. C’è ancora da fare, ma la strada è tracciata.




