Roma non piace a Leopardi. Giunto nella grande metropoli a 24 anni, spinto dalla necessità di imparare a vivere con la gente, di avere incontri che possano vincere la sua natura di essere solitario, il poeta ne resta grandemente deluso e per conseguenza anche più inetto nella sua vita interiore. Nei giorni in cui la figura di Giacomo Leopardi è alla ribalta per il film di Mario Martone presentato a Venezia, vale la pena soffermarsi su un libriccino che testimonia questa delusione profonda ed è dunque una lettura di grande interesse per quanti amano il genio di Recanati. Si tratta di Questa città che non finisce mai , raccolta delle lettere scritte da Leopardi nel corso dei suoi due soggiorni romani, tra il novembre del 1822 e l'aprile del 1823 (in cerca di un impiego che gli consenta di lavorare fuori d'Italia) e poi dall'ottobre del 1831 al marzo del 1832, al seguito dell'amico Ranieri (collana UtetExtra, con un puntuale saggio di Emanuele Trevi, 5 euro). Nelle missive a famigliari ed amici emerge quanto sia negativo l'incontro di Leopardi con Roma. La capitale pontificia gli appare oziosa e dissipata, popolata da gente insulsa, rumorosa e saccente. I letterati si rivelano ignoranti. Anche la grandezza dei palazzi e la lunghezza delle strade gli sembrano separare gli uomini. Colpisce il linguaggio che, specialmente nelle lettere più confidenziali al fratello Carlo, appare talvolta franco e sboccato.
Quando Roma deluse Leopardi
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