«I tre pilastri montiniani per salvare la democrazia»
Proponiamo uno stralcio dell’intervento del professor Jean-Dominique Durand che ha chiuso il XVI Colloquio internazionale di Studio promosso dall’Istituto Paolo VI di Concesio. Dal titolo «Un metodo montiniano?», la relazione di Durand ha dovuto in qualche modo fare sintesi di tre giorni di confronto sulla figura di papa Paolo VI e la questione della democrazia.
Paolo VI ha capito che per vivere, per assicurare la pace, la democrazia deve poggiare su tre pilastri:
1) Ha bisogno di una riflessione, di una spiritualità, di una teologia, che viene dalla preghiera, questa forza debole, ma che per il cristiano è una vera forza, e sappiamo quanto la vita spirituale di Paolo Vi era intensa. Il corpus dei suoi scritti costituiscono una vera teologia della democrazia, capace di nutrire una spiritualità della politica e nella politica preziosa per chi si impegna in politica.
2) Ha bisogno di un metodo che può essere riassunto in due parole, dialogo e giustizia. Allora la democrazia non è altro che la civiltà dell’amore sulla quale si è costantemente impegnato.
3) Ha bisogno di volontà, di tenacia per superare gli ostacoli. Questi non sono mancati, le incomprensioni, le contestazioni, le opposizioni a volte violente contro il papa, da parte di governi, di gruppi all’interno della Chiesa, gruppi identitari, tradizionalisti, integralisti, destra o sinistra. Uno studio più preciso e sistematico delle opposizioni a Paolo Vi sarebbe interessante. Il suo pontificato è stato spesso doloroso.
È stato spesso sospetto o accusato di essere esitante, è spesso rappresentato dagli artisti, pittori o scultori, come schiacciato dalle responsabilità, lacerato, portando difficilmente il peso delle responsabilità della Chiesa e del mondo. Queste immagini sono ingiuste, danno une visione non esatta del pontefice che sul terreno politico, il terreno della vita democratica, sul dialogo, sull’esigenza di giustizia, sulla difesa e la promozione della pace, si è sempre dimostrato impegnato, deciso, coraggioso.
Dialogare sarebbe un segno di debolezza, di esitazione? Certamente no. È stato risoluto, tenace, anche duro, sulla questione della pace, portando il suo messaggio fino alle Nazioni Unite il 4 ottobre 1965, esattamente sessant’anni fa: «Nous sommes porteurs d’un message pour toute l’humanité», un messaggio di pace, di dialogo con il mondo, con tutti, con i sistemi politici come il comunismo, con le religioni del mondo, con i credenti, con i non credenti, con i sistemi economici per difendere la persona umana e i poveri, per la giustizia dappertutto e sempre. È stato deciso di fronte alla minaccia di rivoluzioni violente in Spagna e in Portogallo, per favorire una transizione pacifica dalla dittatura alla democrazia. La propria espressione «transizione» traduce la volontà di passare da un tempo al l’altro senza sangue e senza rivoluzione, nella gradualità, nel dialogo con la preparazione pacifica di nuove istituzioni.
È un grande evento nel quale la Chiesa montiniana ha avuto un ruolo fondamentale. Helsinki le cui intuizioni sono state riprese da Giovanni Paolo II con l’indispensabile Mons. Casaroli, ha preparato le condizioni delle rivoluzioni cosiddette di velluto a Praga e negli altri paesi europei liberati dal comunismo, dopo la rivoluzione dei garofani di Lisbona.
Andrea Riccardi dice spesso che Montini aveva il senso del vivere nella complessità della storia, in un mondo che è diventato sempre più plurale, dove la convivenza pacifica deve essere costruita giorno dopo giorno. Parla della sua «astuzia», che non è inganno né imbroglio, ma capacità di cogliere i momenti giusti, è piuttosto sapienza, e intelligenza della storia.
Paolo VI fu attore risoluto delle vicende di un secolo difficile, con un metodo che potrebbe essere riassunto con due parole: dialogo e centralità della persona umana, e due obbiettivi: la pace e la giustizia.
Nel contesto attuale, difficile per le democrazie rappresentative e per la pace, Paolo VI ci parla come mai.
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