Il brivido serpeggia negli squilli di cellulari muti per mesi o anni che improvvisamente si rianimano e spandono un suono lugubre negli stagni di San Vero Milis in Sardegna: tardive grida d’aiuto o avviso d’avvenuta esecuzione? Sono i telefoni di donne scomparse sull’isola e a Milano, che all’improvviso ricompaiono negli stagni in provincia di Oristano e squillano all’arrivo di un duo poliziesco solidissimo, preavvertito dal killer e composto dall’ispettrice trentina 45enne Viola Zardi e dal 42enne ispettore Daniel Crobu detto Corvo. La vicenda che lo vede protagonista, dalla Sardegna si sposta – e si conclude – in provincia di Brescia, a Limone sul Garda. È «Il nido del corvo» (Feltrinelli, 352 pp., 19 euro), ultimo thriller del prolifico (all’attivo una quarantina di romanzi) autore cagliaritano Piergiorgio Pulixi. Gli abbiamo chiesto di parlarci del libro.
Pulixi, un killer rapisce le donne e taglia loro le mani: perché queste mutilazioni?
Difficile dirlo, anche perché fa ritrovare agli inquirenti gli arti recisi in una zona paludosa spettrale e suggestiva. La recisione al polso, la cauterizzazione, la conservazione dell’arto sono perfette. È opera di qualcuno estremamente freddo, competente, abituato a lavorare con tessuti vivi. Non si lascia prendere dall’impulso. Calcola, taglia, congela, espone. È chirurgico, in tutti i sensi.
Il killer è un sadico, un feticista?
Il killer non agisce solo per feticismo, ma per un’ossessione estetica distorta. Non vede le mani come parti del corpo da mutilare, ma come «opere d’arte» da possedere e preservare nella loro perfezione. La sua follia è alimentata da una ritualità quasi religiosa nella cura e conservazione di questi arti, un filtro estetico-morale con cui giudica il mondo. Nello stagno fa ritrovare anche il manichino di un bambino, una cassetta con registrate delle ninne nanne jazz, un carillon con Pinocchio e altro. È un teatro infantile, anche se sembra tutt’altro linguaggio. E i due linguaggi non si sovrappongono in maniera naturale.
Un pazzo criminale quindi?
Non si tratta solo di degrado mentale: dietro c’è la convergenza pericolosa tra un’estetica patologica e un’idea distorta di giustizia poetica. L’assassino non prova piacere nel dolore delle vittime, ma nella «realizzazione» della sua visione estetica, e ciò lo rende ancora più inquietante. Attraverso la sua caratterizzazione volevo creare il simbolo di una società che idolatra la perfezione e punisce in maniera crudele qualsiasi imperfezione. Tutto il romanzo non è che una grande allegoria di quanto l’aspetto fisico sia diventato centrale in questi folli tempi.
Dall’inchiesta emergono risvolti che fanno pensare ad una faida. Non si spegne mai il desiderio di vendetta?
Nel noir, il tempo non cicatrizza mai le ferite inferte. La vendetta è un fuoco che può covare sotto le ceneri per anni, persino decenni, finché un evento, un incontro, un dettaglio riaccende la brace. Questo romanzo esplora questa dinamica: il dolore non conosce confini geografici né scadenze. La rassegnazione è una maschera che indossiamo per sopravvivere mentre dentro il desiderio di giustizia (o di vendetta) continua a bruciare.
Le indagini conducono nelle scuole, dove il bullismo è diventato assillante.
L’ambiente scolastico rappresenta un microcosmo perfetto per osservare le dinamiche sociali che stanno plasmando la nostra epoca: un teatro dove l’umiliazione pubblica è diventata un’arma letale, soprattutto per chi non ha più spazi veri di ascolto. Il bullismo non è solo una questione di prepotenze tra coetanei: è il sintomo di una crisi antropologica più profonda. Il paradosso della nostra era è che viviamo nell’iperconnessione, ma mai come oggi l’individuo si sente così solo. Questa solitudine silenziosa, specialmente nei giovani, diventa terreno fertile per un dolore che cresce inosservato fino a quando non esplode. Quando un adolescente non trova riconoscimento nella sua identità quotidiana, può arrivare a cercarlo attraverso gesti distruttivi, che diventano una richiesta disperata di esistere agli occhi degli altri.
Il bullismo è divertimento o sadismo persecutorio?
Da divertimento ad accanimento brutale, il bullismo è un problema ancora più organico. Oggi osserviamo un nuovo modello antropologico in formazione: è la persona iper individualizzata, abituata a misurare il proprio valore attraverso l’attenzione che riceve. Quando questa attenzione viene meno nella vita reale, lo spazio virtuale diventa un teatro distorto dove la violenza ottiene migliaia di clic, condivisioni, commenti. Essere crudeli diventa preferibile all’essere invisibili. Ma a quale prezzo? Il prezzo è la perdita dell’umanità. L’urgenza non è contrastare il bullismo, ma rieducarci – tutti – all’ascolto.



