In Iran non può più tornare. Il suo passaporto è diventato carta straccia nel 2023, dopo che dal palco di Sanremo ha denunciato il regime degli ayatollah, finendo nella lista nera del regime. Ma all’Iran pensa e dell’Iran parla e scrive Pegah Moshir Pour, attivista e scrittrice che ha da poco pubblicato per Garzanti il suo secondo romanzo, «La casa dimenticata». Lo racconterà domani sera, mercoledì 4 novembre, a Palazzolo, ospite di una cena letteraria a I Giardini di Dafne. L’abbiamo intervistata.
Lei è arrivata in Italia a 9 anni. Cosa la colpì?
Il primo impatto è stato con Potenza. Abituata a Teheran, mi sembrò un quartiere. Ricordo l’aria pulita, l’assenza di smog e una quiete che nel tempo è diventata parte di me.
Aveva 15 anni quando si è resa conto di non avere uguali diritti. Cosa è accaduto?
Dovevo partire per una gita a Londra, ma non avevo la carta d’identità italiana e non potevo ottenere in tempo il visto dall’Iran. È una cosa che brucia ancora. Un dolore che non ho mai del tutto superato, anche perché la questione della cittadinanza in Italia resta irrisolta.
Viene definita attivista e meno spesso scrittrice. Quale termine la rappresenta meglio?
Ho scoperto la parola attivismo tardi. Per anni ho semplicemente fatto cose: incontri, testimonianze, racconti. Oggi sono un’attivista e una scrittrice. A volte i media dimenticano che sono laureata in ingegneria o scrivo libri, ma quando mi chiedono come preferisco essere definita mi sento ascoltata e considerata.
Come è passata da una laurea in Ingegneria Edile - Architettura alla scrittura?
Volevo fare l’architetta, ma da subito mi sono scontrata con dinamiche che mi hanno allontanata. Da lì mi sono avvicinata all’ambito culturale e ho scoperto che esisteva un altro modo di fare architettura: un’architettura umana, fatta di network, relazioni e competenze. La scrittura è arrivata come ulteriore strumento per raccontare me stessa e una società che sogno più su misura. Non solo per me, ma per tutte le persone che non trovano una seduta comoda nel proprio quotidiano.
Come si racconta l’Iran vivendo in un altro Paese?
Attingo alle persone che mi sono vicine da sempre e a queste voci se ne sono aggiunte molte altre che ho incrociato lungo la strada. I personaggi dei miei libri non corrispondono mai a una sola persona, ma sono la composizione di due o tre vite. Un espediente che mi permette di proteggerle, rendendole irriconoscibili, ma anche di raccontare le diverse facce dell’Iran. È proprio questa la sfida: raccontare un Paese complesso e profondamente contraddittorio, che non è affatto un monolite.
Come ci si sente a non poter tornare dove si è nati?
Provo una grande tristezza. È una rinuncia che pesa su di me, ma anche sulla mia famiglia e su mio figlio, che per ora non può vedere la terra d’origine di sua madre.

Nel suo romanzo dirompe la forza della GenZ. Pur in contesti incomparabili, questo protagonismo ricorda le mobilitazioni che stiamo vedendo in Italia. Pensa che i ragazzi parlino una lingua comune quando si tratta di diritti?
Assolutamente sì. Non vorrei sembrare presuntuosa, ma sapevo che prima o poi sarebbe successo anche qui. In Iran come in India, in Brasile come in Bosnia c’è una generazione che si sente schiacciata da una classe dominante che non considera il suo futuro. Non a caso il mio libro si apre con un ringraziamento a mia sorella, che appartiene alla Gen Z. Questa generazione ha una caratteristica unica: mette in discussione prima la famiglia e poi, di conseguenza, la società intera. Ovunque nel mondo, questi ragazzi costringono i genitori a fare i conti con il passato e con il presente. Sentono il bisogno di muovere i corpi, di scendere in strada e di gridare per il proprio futuro.
Tornando all’Iran, la sensazione è che l’interesse dell’opinione pubblica occidentale si sia affievolito...
È un problema ricorrente quando l’attenzione viene richiamata altrove nel mondo. Tuttavia, ogni volta che si riaccendono i riflettori sull’Iran, lo si fa per una notizia eclatante che riguarda una giovane donna. Si tende a trascurare il fatto che ci sono migliaia di uomini e ragazzi giovanissimi a rischio esecuzione. C’è una tendenza occidentale a concentrarsi esclusivamente sulla vittimizzazione del corpo femminile, dimenticando che a insorgere è un intero popolo. È il caso di Jafar Panahi, regista celebrato in tutto il mondo per quel capolavoro che è «Un semplice incidente». Ha 5 anni da scontare, ma intorno a lui c’è un silenzio imbarazzante.
Qual è il più grande malinteso culturale che abbiamo nei confronti dell’Iran?
Innanzitutto la convinzione che sia un popolo vittima. È un popolo che soffre, ma non condivido questo vittimismo che si vuol appiccicare come un adesivo. Ci sono 93 milioni di persone sotto una sorveglianza di massa spaventosa: chiunque viene arrestato anche solo per un messaggio, una foto o un video. La religione viene usata dal regime come leva di potere, ma non funziona più su una popolazione che nel quotidiano è laica e secolarizzata. Ma gli iraniani non vogliono copiare un modello occidentale: vogliono una rivoluzione che li porti alle urne e che dalle urne esca la restituzione di voci plurali.
In questo scenario, che ruolo gioca l’Occidente?
La democrazia chiede l’ascolto di più parti, comprese le tante voci della diaspora. Un ascolto che mi aspetterei soprattutto dall’Europa, che deve comprendere quanto il suo ruolo possa essere influente e importante su questo fronte. Purtroppo, però, noi europei per primi ci siamo allontanando dall’Unione. Con il rischio che a perderci sia il mondo intero.




