Pablo Trincia: «Con il caso Sebai porto in scena la malagiustizia»

Una vicenda terribile e non notissima, presa ad emblema delle distorsioni del sistema giudiziario. È quella al centro de «L’uomo sbagliato - Un’inchiesta dal vivo» che il giornalista e podcaster Pablo Trincia porta in scena questo mercoledì 8 aprile alle 21.15 al Teatro Clerici di Brescia (biglietti da 30 a 46 euro + diritti; info zedlive.com).
Lo show, scritto dallo stesso Trincia insieme a Debora Campanella, è una ricostruzione di tutto quanto ruota intorno ai delitti di Ezzeddine Sebai, che negli anni Novanta del secolo scorso confessò quattordici omicidi commessi nel Meridione italiano, per alcuni dei quali erano già stati condannati altri soggetti in via definitiva. Utilizzando video, testimonianze originali, documenti processuali e immagini d'archivio, emerge una vicenda che rappresenta (anche) un caso clamoroso di malagiustizia. Ne abbiamo parlato con Trincia.
Pablo, come ha deciso di raccontare questa storia?
Il caso mi fu segnalato da un professore di Neuropsicologia dell’Università di Padova, Giuseppe Sartori. Mi disse che dovevo assolutamente raccontarla, e io mi sono fidato. Lui pensava probabilmente a un podcast, ma io ho puntato su un format differente, che avevo imparato ad amare grazie a un pioniere come Marco Paolini, che mi sta dando grandi soddisfazioni. Quanto a Ezzeddine Sebai, si tratta di un serial killer tunisino che, nel 2006, ha confessato dal carcere ben quattordici omicidi di donne anziane commessi nel Sud Italia a metà anni Novanta. Una rivelazione che ha messo in crisi decine di processi già conclusi e sentenze passate in giudicato: per alcuni di quei delitti, infatti, sono state condannate persone innocenti, alcune delle quali da anni si battono per dimostrare la propria estraneità ai fatti…uno di essi è tuttora in carcere. Gli uomini “sbagliati” della storia sono tanti…
È più agghiacciante il comportamento di Sebai, o incredibili gli errori della giustizia?
Il peggio sono gli errori. I delitti li ha commessi un malato di mente, mentre dalla giustizia ti aspetti razionalità, coscienza, anche la capacità di tornare sui propri passi e ammettere di avere sbagliato. Non è una questione solo italiana, ovviamente…ma trovo pericoloso e inaccettabile che una persona possa stare anni dietro le sbarre per un delitto confessato magari sotto tortura o in condizioni di lucidità ridotta. Mi chiedo: chi è più mostruoso, in questi casi?
Come si spiega certi errori?
Non credo ci sia una regia, bensì un accumulo di pigrizia, disattenzione, inadeguatezza a fare il proprio mestiere. E se si innesca quel meccanismo che ti individua come colpevole, non se ne esce, perché è quasi impossibile che la giustizia torni sui suoi passi. Se provi ad argomentare a favore di queste persone, ti ritrovi in un labirinto inestricabile. D’altronde i processi di revisione sono lunghi, complicati e costano soldi che molti non hanno. Io credo che siano veri e propri “labirinti del male”: mi spaventano meno i Sebai di chi invece ha il potere di decidere e non lo usa correttamente.
Lei è divenuto celebre per i podcast narrativi. Hanno ancora forza propulsiva?
Sono in una fase di stallo. In generale, il podcast è radicato tra i media, ma c’è una saturazione di quelli con interviste. Quelli narrativi, come ne faccio io, sono meno, perché richiedono tempo e documentazione: non so che futuro possano avere, forse anche in questo campo resisteranno i più forti!
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