Sembra ieri quando, sul divano davanti alla tv, ci faceva ridere con alcuni dei suoi personaggi iconici come la sessuologa Merope Generosa o nei Promessi Sposi del «Trio», la bella Figheira o Lucia Mondella. Sembra ieri quando, sempre in tv, raccontava della sua malattia facendoci commuovere e, al tempo stesso, ammirare il suo coraggio.
Anna Marchesini è stata questo e tanto altro: comica e attrice di teatro impegnata, laureata in psicologia, bocciata alla Silvio d’Amico e insegnante in quella stessa Accademia anni dopo, doppiatrice e corpo di personaggi indimenticabili. Ora a ripercorrere la sua vita, a 10 anni dalla morte, è il bresciano Nicola Lucchi che, con Mariangela Galeotto, ha scritto per Bompiani «Anna Marchesini - La voce e l’arte» (256 pp., 18 euro). L’abbiamo intervistato.
Nicola Lucchi, come nasce questo libro?
Mariangela Galotto, la coautrice, aveva già fatto decine di interviste ad amici, conoscenti, colleghi di Anna Marchesini, poi si è presentata da me con l’idea di scrivere un libro. Insieme abbiamo fatto altre interviste ed è nato questo volume che è un racconto corale, perché le testimonianze sono tantissime. Tengo a precisare che questo libro non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di Teresa Marchesini, la sorella di Anna, che ha approvato il progetto e si è resa disponibile a realizzare questo lavoro.
Nel testo si capisce fin dalle prime pagine che Marchesini era estremamente dotata, ma non capita all’inizio…
La sorella Teresa racconta che giocavano ad inventarsi personaggi e metterli in scena in pubblico. Poi Anna, durante gli studi di psicologia, provò ad entrare alla scuola di teatro Silvio d’Amico senza dirlo a nessuno se non a sua sorella. Aveva paura di non essere capita. Peraltro è stata bocciata più di una volta fino a quando fu ammessa come uditrice; ma era così coinvolta che Lorenzo Salveti la mise sul palco e la fece ammettere ai corsi.
Lei è nato all’inizio degli anni Ottanta, che rapporto aveva con Marchesini prima di scrivere questo libro?
Ho scoperto e amato Anna Marchesini da bambino perché mia madre era una sua grande fan. I «Promessi sposi» sono del 1990 e così ho scoperto il «Trio». Tra l’altro ho rivisto di recente la serie per scrivere il libro, e l’ho trovata bellissima: nonostante qualcosa di datato ci sia, è ancora un prodotto geniale. Ho poi seguito Anna anche nella carriera da solista e l’ho sempre amata molto. C’è un legame affettivo che lega me, Anna e mia madre che non c’è più.
Cosa voleva lasciare scrivendo?
La vita di Anna è stato il teatro e io volevo trasmettere questo amore. Dentro, però, volevo far emergere la donna, una donna fortissima che ha saputo dimostrare questa forza anche nella malattia, raccontandola. Una passione, quella per il teatro, che ha saputo trasmettere ai suoi alunni della D’Amico. Proprio a loro ha dimostrato anche l’amore per la vita dato che, ormai malata e quasi incapace di uscire di casa perché debilitata, non potendo andare in Accademia, faceva lezione a casa sua.
Anna Marchesini ha saputo unire teatro alto e comicità…
Lei è stata grande perché ha saputo mettere d’accordo tutti, il critico e il meno avvezzo al teatro. Ha portato in scena Beckett e la comicità demenziale. Tanti ruoli e sfumature diverse. Era amata perché sapeva misurarsi con tutto, capace di scavare nell’essere umano.
È stato difficile confrontarsi con un personaggio così grande?
Non facile, ma una scoperta incredibile. Le testimonianze rivelano anche un’Anna inedita. La bellezza dei racconti ha reso il lavoro piacevole.
E i riscontri?
Ci hanno scritto anche degli sconosciuti ringraziandoci. Credo che abbiano colto la volontà di raccogliere le diverse voci e storie, da Anna bambina agli ultimi giorni. Io ho fatto solo il direttore d’orchestra.




