Musica underground, sperimentazione e sostenibilità, ad ingresso gratuito. Giunto alla 5ª edizione, l’A Forest Festival nasce dalla collaborazione tra associazione culturale Horatio!, Pro Loco e Comune di Cigole, e va in scena nel borgo della Bassa Bresciana da oggi a domenica, nel parco del Palazzo Cigola Martinoni.
Corredata da un mercatino vintage e un’area food, la rassegna comincia venerdì sera alle 21, all’insegna di tre gruppi tricolori: Submeet, Meteor e Zu (mentre sabato, dalle 21.30, spazio a Nic T e agli americani Packaging; domenica, apertura con Loneriver e chiusura made in Usa con Punchlove). Abbiamo intervistato gli Zu, storica band romana di rock strumentale, attiva dal 1997, formata dai fondatori Luca Mai e Massimo Pupillo (rispettivamente a sax baritono e basso) con il batterista Paolo Mongardi, in line-up dal 2024, che nel 2026 ha pubblicato il suo diciassettesimo ellepì, «Ferrum Sidereum».
Siete in attività da quasi trentt’anni e avete mantenuto due terzi della formazione originaria, perlustrando e attraversando diversi generi musicali. Qual è, se ce ne uno, quello in cui vi sentite maggiormente a casa vostra?
MP - Non abbiamo esattamente perlustrato diversi generi. Essendo ascoltatori onnivori direi che i diversi generi si fondono dentro di noi, si rimescolano e danno vita ogni volta a qualcosa di diverso. come un prisma che continua a cambiare davanti ai nostri occhi. forse è quello che noi cerchiamo nella musica e forse è quello che la musica cerca in noi.
LM - La musica è la nostra casa, o per essere più precisi, la nostra cucina, mentre i generi musicali sono semplicemente gli ingredienti a disposizione.
PM - Le case si trasformano quando cambia un inquilino; in questo caso abbiamo trovato in giardino un nuovo pozzo artesiano, ma era già lì. La faglia era profonda, l’acqua era ricca di elementi psichedelici, prog, tribali, matematici, presenti anche tracce di industrial, ma soprattutto c’era molto «ferro meteoritico»...oserei dire che si è trattato di una fonte benedetta!
Nel 2002, con l’album «Igneo», avete attirato l’attenzione di un mostro sacro come John Zorn, che asserì: «Gli Zu hanno creato una musica potente ed espressiva che spazza via totalmente ciò che molti gruppi fanno in questi giorni!». Come reagiste all’endorsement?
MP - Abbiamo ricevuto due cartoline da Zorn, proprio nella cassetta della posta. Eravamo agli inizi e fu sorprendente, e inoltre ci rassicurò molto sul percorso che avevamo intrapreso, avere questo timbro di approvazione da un maestro. Zorn fu anche il tassello essenziale della nostra conoscenza con Mike Patton (cellebre cantante, anche leader di gruppi come Faith No More, Mr. Bungle e Fantômas, ndr) , ma questo lo scoprimmo solo molto tempo dopo ed è un altra storia.
LM - Decisi di iniziare a suonare grazie all’ascolto dei Naked City di John Zorn; ricevere da lui un attestato di stima così grande riempì me e gli altri di benzina per continuare sulla strada su cui siamo ancora oggi.
Già prima di allora frequentavate la scena americana. Più ricettiva, per il vostro sound, di quella italiana?
MP - Sì, è ancor di più lo è forse la scena giapponese, che ci ha sempre accolti benissimo. Gli Zu degli inizi erano molto influenzati dalla musica nipponica di quegli anni, quindi in qualche modo era un cerchio che si chiudeva, e che ancora oggi ci mantiene molto vicini a musicisti come Yoshida dei Ruins. La scena americana Novanta e Duemila non era divisa in generi. Capitava che fossimo spesso in tour coi Dalek, ma la caratteristica principale era che ogni band cercava una sua voce personale , quasi idiosincratica. e questo ci avvicinava a band completamente diverse tra loro come i Locust, i Dalek, i Fantomas, i Melvins…Agli antipodi, ma unite proprio dalla follia di coltivare una propria unicità o forse, semplicemente, dall’ istinto a lasciarla vivere.
LM –- Il bello dei musicisti americani, e – come sottolinea Massimo – anche dei giapponesi, è che non si pongono limitazioni e non creano parrocchie esclusive. Questo approccio libero ci ha permesso di confrontarci con mondi musicali diversi senza il peso di dover appartenere a una scena specifica. C’è una curiosità genuina verso ciò che è contaminato e fuori dagli schemi, che è esattamente il modo in cui concepiamo la nostra musica.
Gli ultimi anni sono stati di sperimentazione ancora più accentuata, ma con tempi forse più rilassati. Dopo migliaia di concerti avevate voglia di fare altro, o c’era anche stanchezza rispetto a ritmi troppo tirati?
MP - Non abbiamo mai pensato in questo modo: abbiamo sempre e solo aperto i rubinetti e quello che c’era dentro, usciva fuori in maniera naturale. Dal punto di vista commerciale questo è un suicidio, eppure siamo ancora qua. Anzi, questo forse è l’unico motivo per cui siamo ancora qua, perché siamo riusciti a mantenere un rapporto il più pulito possibile col suono e con l’atto creativo… Questo ci ha ricompensati, rinnovando sempre le nostre energie.
LM - Per noi la musica rimane sempre un’esplorazione a 360 gradi: posare lo sguardo su un nuovo fronte ispirativo non ne esclude per forza un altro. Anzi, questo modus operandi ha aperto le porte alla creazione di “Ferrum Sidereum”. Più che stanchezza, quindi, si è trattato del bisogno naturale di dare spazio e tempo a ulteriori urgenze creative.
PM - Mi permetto di dire che forse né l’uno né l’altro, nel senso che semplicemente l’energia si è trasformata e adattata al campo esistente. Dico poi con piacere che nel dizionario degli Zu, sotto lettera S, il vocabolo "stanchezza" non è ancora stato inserito!
«Ferrum Sidereum» è un album coloratissimo e sperimentale, con forti residui jazz. A quale immaginario vi siete rivolti per comporlo?
MP - Non so onestamente se sia un album sperimentale, perché sperimentale mi dà l’idea di provare a fare varie cose, un po’ a caso, e vedere cosa ne esce fuori. Nel nostro caso il nostro ruolo è quello che in inglese si direbbe “show up”, che per noi significa “andare in saletta”…Noi dobbiamo metterci a disposizione, la musica arriva. È nutrita dall’amicizia, dai discorsi che condividiamo, dalle ore, giorni, settimane, mesi passati insieme: alla fine ascolti le registrazioni e ti accorgi che là dentro c’è una storia, precisa, puntuale. Proprio quella, e non un’altra.
LM - Più che un disco sperimentale, lo consideriamo un disco rivelatore. I residui dei generi musicali che si avvertono non sono gabbie né obiettivi, ma semplicemente i colori che questa storia ha assunto per raccontarsi.
PM - Non ci siamo dati un immaginario, piuttosto siamo stati attenti ad accoglierlo appena è arrivato…ed è arrivato presto. Il «ferrum sidereum» è, fra le altre cose, il metallo che forgia la spada Micheliana (quella dell’Arcangelo Michele, ndr) ed è stata proprio quest’ultima che abbiamo assunto quale simbolo di quel discernimento che di volta in volta ci ha accompagnato e aiutato a separare la verità dall’inganno… E parlo in termini musicali, certo, ma noi siamo ciò che suoniamo e suoniamo ciò che siamo. Per me, questo è un album di canalizzazione tra le gravi profondità terrene e le sottili densità stellari.



