Vince May: «Il mio primo ep a 50 anni: lo dedico alla pace»

Il bresciano esordisce col progetto musicale «Peacefare»
Enrico Danesi
Vince May
Vince May

Un progetto musicale sulla pace ai tempi di sedicenti quanto ossimoriche «guerre di pace». Per urlare al mondo il proprio disgusto, tanto da averlo intitolato «Peacefare», facendo il verso al bellicoso warfare che negli ultimi anni ha riempito il nostro quotidiano di spettatori a distanza: Vince May (pseudonimo dal valore sentimentale dietro cui si cela il professionista bresciano Alfredo Rabaiotti, coach sistemico a capo di un’agenzia cittadina di consulenza), classe 1978, esordisce con un ep pubblicato in formato fisico e digitale, che esplicita – già nell’artwork simbolicamente corrosivo, quindi nei testi di tutte e quattro le tracce in inglese che lo compongono – la convinzione che esiste «un solo tipo di pace, ed è fatto di amore e fiducia», non di conflitti spacciati come giusti, taumaturgici o addirittura pacificatori.

Fanno da cornice la title-track e «No More Lies», con le loro sonorità rock più aggressive, mentre il cuore pulsante è rappresentato da pezzi dall’apparenza più morbida: «Farah», sorta di elegia funebre calata dentro un’atmosfera gilmouriana, che è il canto di una bambina palestinese che porta la felicità solo nel nome, l’unica cosa che le rimane; «Streets of Heaven», in cui riecheggiano anche esperienze personali dell’autore, dentro una confezione dall’attitudine springsteeniana.

Vince: il disco è mosso da convinzioni forti, ma un debutto discografico alla soglia del mezzo secolo non è cosa di tutti i giorni…

In realtà la musica mi ha formato, salvato, e fatto di me la persona che sono oggi, nel bene e nel male. Suono e scrivo poesie da quando avevo sedici anni, ma vicende famigliari poco fortunate hanno indirizzato il mio percorso, costringendomi a crescere in fretta (con l’aiuto dei miei nonni) e a concentrarmi su un’attività professionale di consulenza che mi ha comunque regalato soddisfazioni, anche perché l’ho diversificata, anche modellandola su direzioni che mi appassionano. Ma il tarlo della musica è rimasto, seppur nascosto dietro un velo di pigrizia e di timori alimentati dal giudice interiore, e c’è voluto uno stimolo potente per farlo uscire allo scoperto.

C’era voglia di confutare l’idea che «esistano ancora guerre che possono portare pace»?

Non è neanche un’illusione, è una menzogna vera e propria, nata forse ai tempi del Vietnam, che continuiamo a subire perché siamo distratti, e la nostra distrazione uccide l’empatia nei confronti degli altri, di quelli che le guerre le subiscono direttamente. Questa consapevolezza ha agito su di me come un’esplosione: ho scritto il disco di getto e l’ho suonato per intero (chitarre, piano, synth e voce in prima persona, appoggiandosi ad Alessandra Forte per i cori, ndr), registrandolo in autonomia nello studio che ho allestito nella mia casa di Manerbio.

Dietro il nome del progetto artistico ci sono debiti sentimentali e di influenza…

Vero. Vince è un omaggio al mio nonno paterno, appunto Vincenzo; May, oltre al mese in cui sono nato (maggio), fa riferimento alla prima rockstar di cui mi sono invaghito a livello musicale, Brian May dei Queen.

Suonerà il disco dal vivo?

Sì, anche se non subito. Entro la fine dell’anno pubblicherò un nuovo singolo, una canzone contro i fascismi, che vedo come una prosecuzione ideale di «Peacefare». Ed è già in corso un progetto rivolto a un gruppo di giovani, non solo per la formazione di una band, ma perché vivano il mio studio di registrazione (che metto a disposizione) come un spazio creativo, di espressione, di libertà. Amo il teatro di partecipazione: l’idea di base è quella di inserire la musica all’interno di spettacoli più articolati.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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