Oltre ferite e violenza: Alessia Pintossi e la sua metamorfosi in musica

La pianista e cantante (ora cantautrice) triumplina ha presentato il nuovo album «Judicandus», che è anche uno spettacolo
Enrico Danesi
In rosso e nero: un momento della performance di presentazione // © www.giornaledibrescia.it
In rosso e nero: un momento della performance di presentazione // © www.giornaledibrescia.it

Un concept-album per l’esordio da cantautrice, dopo essere stata pianista, interprete pop (di un rock graffiato «con Mia Martini e Tina Turner in veste di "spiritual guidance"») e ballerina, per una decina d’anni anche soprano lirico (Muti la chiamò per interpretare Nedda ne «I pagliacci» di Leoncavallo). Assecondando una natura artistica versatile, votata al crossover e all’interazione tra linguaggi differenti, Alessia Pintossi - orgogliosamente originaria di Inzino - ha concepito «Judicandus», disco (in formato fisico e in digitale) e live presentati la scorsa settimana con una messa in scena di avvolgente spettacolarità al Museo Diocesano di Brescia, facendo dialogare le proprie creazioni con le opere della collezione permanente.

Il progetto va in realtà oltre la musica, esprimendo ciò che per anni Alessia non era riuscita a tirar fuori, esponendo per la prima volta – sia pure attraverso il filtro dell’arte – le ferite e le cicatrici che l’hanno segnata profondamente, senza spezzarla. Per rinascere, con una voce inedita, che sente sua come mai era successo prima. L’abbiamo intervistata.

Alessia, chiariamo la doppia forma di «Judicandus», spettacolo e album…

Il disco consta di otto tracce, precedute da un’intro: alcune sono in latino, altre in italiano e in inglese. Una ricchezza linguistica che nel live (che considero una vera e propria esperienza immersiva, non un semplice concerto) addirittura aumenta, perché vi compaiono brani scritti in precedenza (uno anche in napoletano) mentre i titoli attingono anche dal giapponese («Komorebi») e dal polinesiano («Kaha Nalu»). Lo spettatore visita quattro stanze, in ognuna delle quali c’è un opera, legata ai nuclei tematici dello spettacolo, che sono anche le parole chiave del format: nascita, ferita, giudizio e trasformazione. Ho creato un sound design dedicato per ciascuna, un paesaggio sonoro che accompagna le immagini, introducendo i temi. Io, in principio, sono all’interno di un’installazione che rappresenta il grembo materno, «In Utero Matrix». Più in generale, gli spazi sono concepiti per abbattere quanto più possibile le barriere e accorciare le distanze tra i protagonisti della performance (non sono infatti sola: mi accompagnano un gruppo di bravi musicisti) e il pubblico.

Da cosa nasce un’operazione così personale?

Dalla mia storia, anche se gli elementi autobiografici diventano universali nel brano conclusivo («Mater Mundi», ndr), che è una sorta di invocazione alla Madre Terra, ma anche all’umanità, affinché smetta di saccheggiarla e sfruttarla. L’aspetto personale è comunque preponderante, oltre che il fondamento stesso del progetto.

Cosa può dirci di più?

Alla base c’è una storia di violenza, subita da un insegnante di musica e perpetrata per tre anni, a partire da quando ne avevo dodici. L’ho tenuta dentro di me per tantissimo tempo, ma alla fine ha voluto uscire, in maniera quasi inaspettata. Mentre ultimavo «Judicandus» ho acquisito all’improvviso la consapevolezza che la maggior parte dei brani fa riferimento alla mia vicenda personale. Anche se non è stato semplice esporsi, ho deciso di farne catarsi e renderla un messaggio per gli altri, corredando lo spettacolo con un monologo che la mettesse a fuoco. Si spiega così la presenza all’anteprima della cooperativa Butterfly (ente bresciano che gestisce un centro antiviolenza e case rifugio a supporto di donne vittime di violenza, ndr), a cui va parte del ricavato dei dischi e del merchandising.

Letteralmente, «Judicandus» è «colui che deve essere giudicato», condizione che presuppone un giudice, accanto al giudicando. Si riferisce a figure e situazioni reali?

Non c’è una risposta precisa. Anche perché credo che ogni persona, in qualche momento, interpreti il doppio ruolo, e che il giudizio più severo sia quello che su noi esercitiamo noi stessi. Nel brano «Dies Irae», che ruota intorno alla resa dei conti da affrontare alla fine dei nostri giorni, mi sono immaginata davanti allo specchio, a giudicare da me quello che mi è successo nella vita.

Un modo per dire che non deve contare il giudizio degli altri?

Più che altro che non deve condizionarci, impedirci di essere noi stessi pienamente e in libertà. Non mi piace l’idea che una situazione possa definirci una volta per sempre agli occhi degli altri.

La forma cantautorale inaugurata con «Judicandus» costituisce un approdo?

Nasco come pianista. Poi sono passata a un canto pop dall’anima rock, quindi ho scoperto la lirica. Ma durante il Covid ho individuato una strada che sento più mia, dapprima ibridando lirica e pop attraverso alcune cover, per poi cimentarmi come cantautrice. Questo album è il coronamento di un lavoro di creazione nel quale ho composto la musica (con sonorità che miscelano con insospettabile coerenza il pop e la classica, il soul e il gregoriano, influenze afro-orientali e dirompenti rappate, ndr), curato arrangiamenti e orchestrazioni, scritto i testi, supervisionato grafica e installazioni. Ma è solo il primo passo.

Immagina un percorso live per «Judicandus»?

Mi piacerebbe portarlo nei teatri, tanto che stiamo provando ad allestire un tour per il 2027. Ma credo che sia egualmente replicabile nei musei, modulando la performance sulle caratteristiche del luogo che la ospita, ovviamente rispettandone la storia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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