Sanremo, si chiude il festival: rapidità non significa fluidità

«Tu mi piaci, tu mi piaci, tu mi piaci tanto» è forse il ritornello, quello di Sayf, che ci lascerà qualcosa più di ogni altro elemento musicale di questo settantaseiesimo Festival di Sanremo. Manifestazione in equilibrio tra il tentativo di piacere a tutti – obiettivo relativamente comune a ogni edizione degli ultimi anni – e di non scomodare nessuno, probabilmente anche l’universo della maggioranza politica, che negli anni di Amadeus, sostanzialmente, era meno definito rispetto a oggi.
Il futuro
Giravano voci. Carlo Conti sarebbe potuto restare come direttore artistico per il prossimo anno, ma non più come conduttore. Lui stesso si era auspicato «che il prossimo possa essere un giovane, o una donna». Gianluca Gazzoli, ad esempio, aveva avuto un ottimo impatto, è crossmediale, può realmente intercettare molte fasce. Versante femminile era girato il nome di Antonella Clerici. Ma in serata arriva l’ufficialità di Stefano De Martino. A lui un compito non facile.
Giustapposizioni
Resta una sensazione. Che la «rapidità» di conduzione di quest’anno non abbia fatto rima con fluidità. Piuttosto con giustapposizione di momenti. Non disordine, magari, ma assenza di un filo logico forte.
La collocazione diversa a livello temporale e una serie di concause (talune orribili, come le notizie che arrivano sul fronte della politica internazionale) hanno reso questo Sanremo un animale strano e, come si diceva, si guarda alla prossima edizione con la speranza che possano arrivare uno o più elementi di novità. O di ritorno al recente passato, quando c’erano canzoni generalmente più forti e radiofoniche. Più vicine a chi muove veramente il mercato (lo affermava Brian Epstein all’epoca, risulta vero anche oggi), tenendo presente l’elemento radiofonico, immediato e – fondamentalmente pop – che caratterizza la manifestazione.
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