«Oggi può sembrare incredibile che un compositore popolare come Antonio Vivaldi sia stato dimenticato per secoli e che la sua musica abbia rischiato di scomparire per sempre. Per questo non basta ascoltarlo, bisogna raccontare la sua storia».
Sembra un romanzo giallo, ma è tutto vero. «L’affare Vivaldi» è il titolo di un fortunato libro di Federico Maria Sardelli – musicologo, musicista, scrittore, tra i massimi esperti delle composizioni del Prete Rosso – e dell’omonimo spettacolo (biglietti in vendita su Vivaticket), che andrà in scena domenica 6 settembre alle 18.30 nella Galleria di Villa Togni a Gussago, nell’ambito del Festival Le Rose promosso dalla fondazione Domani l’Aurora. Abbiamo chiesto allo studioso qualche anticipazione.
Sardelli, lei sarà impegnato in scena nel doppio ruolo di narratore e direttore dell’ensemble Modo Antiquo. Che spettacolo vedremo?
La vicenda di Vivaldi ha tutti gli ingredienti del giallo storico: un genio che muore solo e in miseria, i manoscritti dei suoi capolavori perduti e poi ritrovati, colpi di scena e intrighi politici. Lo spettacolo sceglie di raccontarla intrecciando narrazione e musica, con l’obiettivo di restituire l’autentica statura d’artista del Prete Rosso.
Oggi si può dire che Vivaldi sia davvero conosciuto dal pubblico?
Se pensiamo ai due secoli di oblio assoluto in cui cadde la sua musica, senz’altro sì, ma nel sentire medio degli appassionati prevale ancora un’immagine superficiale del compositore, intrisa di luoghi comuni, come le Quattro Stagioni o le orfanelle musiciste dell’Ospedale della Pietà, che nasconde la profondità e le tante sfaccettature di questo autore. Proprio quelle che lo spettacolo cerca di mostrare, con la parola e con l’ascolto.

Le musiche eseguite dell’ensemble sono tutte riscoperte recenti. Lei è curatore del catalogo vivaldiano e autore di molti di questi ritrovamenti: ci può fare qualche esempio?
Tempo fa mia moglie stava conducendo una ricerca sul repertorio barocco per violoncello. Tra i manoscritti che aveva recuperato, scorsi quasi inavvertitamente una Sonata per violino, violoncello e basso continuo e riconobbi la grafia di Georg Pisendel, allievo del Prete Rosso. Nel brano era presente un tema vivaldiano, ma la scrittura era insolita: gli studi successivi, anche attraverso l’analisi della carta, hanno dimostrato che si trattava di un’opera giovanile di Vivaldi – la più antica in nostro possesso – che riflette il processo di maturazione del suo stile. Un ritrovamento davvero prezioso… avvenuto per puro caso!
I ritrovamenti non sono solo musicali.
Sì, tra un mese presenterò ufficialmente quattro «nuovi» ritratti di Vivaldi, attribuiti solo di recente. Non avrà lo stesso fascino di riscoprire composizioni perdute, ma anche questo filone di ricerca aiuta a ricostruire la vita dell’autore e a collocarlo meglio nel suo contesto storico.
Nella sua attività convivono l’approccio rigoroso del musicologo e la libertà dell’interprete. Quanto è difficile far convivere queste due anime?
Io credo che sia indispensabile, per un musicista, conoscere ciò che sta suonando. Non parlo solo delle note giuste da eseguire, ma di come è stata realizzata l’edizione e del contesto di riferimento. Oggi mi sembra prevalere una certa superficialità: si scarica lo spartito da internet e lo si suona senza farsi troppe domande, si definisce il proprio stile ascoltando altri in streaming, con il risultato di alimentare una comune e un po’ vacua inclinazione pop, ma non bisogna recidere il legame con la tradizione, che si nutre di studio e conoscenza.
Tornando a Vivaldi: c’è ancora qualcosa da scoprire?
Sì, è una certezza documentata che nel suo catalogo permangono molte lacune. Sappiamo che scrisse novanta opere teatrali e ne possediamo solo venti, non abbiamo il suo oratorio «Mosè», così come ci manca il ciclo di concerti intitolati ai Paesi europei di cui scrive pochi mesi prima di morire. È possibile, anzi probabile, che questa musica aspetti in qualche archivio di essere ritrovata. Con Vivaldi non siamo alla fine, semmai all’inizio.



