Grazia, virtuosismo, tragedia. Ingredienti molto diversi, un unico piatto ben cucinato: questo è stato il concerto del 63° Festival Pianistico, andato in scena in un affollato auditorium San Barnaba con Josef Mossali al pianoforte e il quintetto d’archi dei Virtuosi Italiani.
Ha aperto il programma il primo concerto di Chopin. Scritto da un compositore appena diciannovenne, riflette lo scintillio di un talento arrembante e comprensibili limiti nella gestione della macchina orchestrale. Nella versione cameristica ascoltata in San Barnaba, questi difetti sbiadiscono insieme ai colori sinfonici, mentre vengono esaltati la freschezza dei temi, l’intimità del dialogo strumentale, esuberanza e leggerezza. Mossali, d’intesa con gli archi, ha colto lo spirito della trascrizione, togliendo peso al suono per farlo galleggiare e privilegiando la gentilezza alla forza.
Forza che ha invece esibito eseguendo Islamej di Balakirev, fantasia che su movenze di danza orientale costruisce una massacrante prova per l’interprete, costretto a sfidare passaggi rapidissimi, salti vertiginosi e armonie scoscese. Mossali si è avventurato da corsaro tra flutti impetuosi e tempeste di note, uscendone indenne tra gli applausi ammirati del pubblico.
Dalla Russia di Balakirev, tutta fuoco e Romanticismo, a quella ferita e sottomessa di Shostakovich, la distanza è notevole. I Virtuosi Italiani hanno fatto ascoltare l’ottavo quartetto del compositore, capolavoro che danza sull’abisso, alternando maschere grottesche a silenzi di sovrumano dolore.
Shostakovich, che scelse questo brano per il suo funerale, compendia qui l’essenza della sua poetica, con un umorismo tragico nutrito da continue autocitazioni, sviluppi alienati e lugubri lamentazioni, cuciti insieme da una scrittura paradossale, che sa essere insieme brillante e spezzata, divertente e disperata. Un testamento non solo del musicista, ma dell’uomo, sempre minacciato dalla violenza del potere, che gli interpreti hanno reso con solennità e devozione, rinunciando alla ricerca di effetti esteriori per esplorare le infinite profondità del pezzo.
Dopo un lungo silenzio e gli applausi, chiusura con un ispirato bis dall’Arte della fuga di Bach.



