Quando si è laureata alla Bocconi in Economia Internazionale, mai avrebbe pensato di girare il mondo con la lirica invece che con la finanza. E nemmeno - adolescente vocalist di una band di rock duro attiva nel Ponente Ligure - immaginato di passare dal rock duro (Deep Purple, AC/DC) alle sensuali arie di Massenet e Gounod. Il soprano Elisa Balbo ha già cantato in America, Europa e Asia, ha lavorato con Riccardo Muti, è stata più volte in tournée al fianco di Bocelli, ospite regolare in una rubrica operistica su Rai 1. La sua letizia d’animo diventa sorriso fresco e aperto, voce piena di sole e armonici.
Ai primi di ottobre sarà protagonista al Teatro Goldoni di Venezia (produzione La Fenice) nel dittico «The telephone – Trouble in Thaiti» rispettivamente di Gian Carlo menotti e Leonard Bernstein; in gennaio sarà Donna Elvira nel «Don Giovanni» al Verdi di Trieste; nella prossima stagione del San Carlo di Napoli darà corpo e suono a Lady Madeline, nell’opera incompiuta di Claude Debussy «La chute de la maison Usher», dal racconto di Edgar Allan Poe; la regia è del cantante e attore bresciano Luca Micheletti, che Elisa ha sposato nell’agosto del 2021 nel Duomo di Brescia (nozze di legno: auguri!) e da cui ha avuto la figlia Arianna. L’abbiamo intervistata.
Elisa, che tipo di personaggi sono le donne di «The telephone» (Lucy) e di «Trouble in Thaiti» (Dinah)?
Entrambe sono immerse in un clima desideroso di rinascita e respirano quell’aria imbevuta di ottimismo tipica del dopoguerra. Nel «Telefono» Ben chiede la mano di Lucy da una cabina telefonica, in un gioco verbale e musicale irresistibile; in «Trouble» la coppia Sam e Dinah si scopre incapace di comunicare e bisognosa di amore sincero, dentro un orizzonte di sogni domestici artificiali, con un trio vocale (ricalcato sull’antico coro greco) che commenta le vicende a mo’ di annuncio radiofonico. Le loro vocalità sono agli antipodi: Lucy è un soprano di coloratura, Dinah mezzosoprano; però un frizzante gusto da musical le avvicina. Dovrò utilizzare l’intera tavolozza canora di cui dispongo per indossare panni così dissimili.
E in Debussy quale sfida l’attende?
L’opera del maestro francese mi proietta nel futuro. È un ruolo inedito. Mi sto immergendo poco alla volta in quel mondo: carteggi, contesto, estetiche, attese. Mi sento un esploratore che si addentra in un territorio vergine. Ho l’onore di cantare una partitura completata dal compositore Alessandro Solbiati, incontrato al Conservatorio di Milano da studentessa.
A gennaio debutta al Verdi di Trieste, nel ruolo di Donna Elvira…
Parte meravigliosa. È l’unica che davvero conosce Don Giovanni, colei che più gli si avvicina.
Quali sono le sue interpreti di riferimento?
I capolavori rivelano angoli imprevisti tutte le volte che vi si entra. Vi scopri differenti gradazioni dell’animo umano. Nel frattempo accumulo un bagaglio di ascolti, idee, intenzioni, visioni, per conquistare originali punti di vista.
Come vive vostra figlia Arianna la professione sua e di suo marito Luca?
Il teatro è un pezzo della sua esistenza. Le piace stare fra il pubblico e reagire. I suoi commenti sono preziosi perché sinceri e senza filtro. È la reazione ineguagliabile di chi vede, ascolta e scopre tutto per la prima volta. Non avendo nelle orecchie altri generi, la lirica e la classica per lei sono “la musica”. L’anno scorso ci confidava: «Da grande voglio essere una dottoressa». Adesso dice: «Forse farò la cantante». Quando le chiedono: «Che lavoro fanno i tuoi genitori?», risponde: «Papà studia, mamma fa il teatro».

Ha faticato una ligure di ponente (nata in provincia di Imperia) come lei ad armonizzarsi con la brescianità di Luca Micheletti?
Che i liguri siano chiusi è uno stereotipo. Non ho mai avuto clash culturali, la diversità per me è una ricchezza. Mi sento cittadina del mondo. Con Luca scherziamo e ridiamo dei nostri rispettivi dialetti e accenti. Intanto Arianna assiste divertita a queste allegre “scenette vernacolari”. La nostra cucina si trasforma in palcoscenico. Arte e vita tornano a sovrapporsi.



