Sofisticata come sempre, ma più empatica e generosa del consueto. Una combinazione forse inedita, che giovedì sera al Vittoriale, sold out, ha prodotto – anche grazie a un repertorio di altissimo livello, tra perle delle casa e standard da urlo – un concerto bello e godibile da parte di Diana Krall. Ovvero un’artista canadese di notevoli qualità, ma sovente chiusa in una bolla di divistico algore, che la allontana da noi poveri mortali.
Supportata da tre splendidi musicisti (a chitarra, contrabbasso, batteria), raccolti intorno a lei in uno spazio concentrato, illuminato da luci calde e soffuse, Diana Krall – elegantissima in abito lungo di seta, color avorio – ha dato vita a un concerto intimo e ritmato, più avvolgente di quelli a cui ci aveva abituato in passato (anche nei due precedenti passaggi gardesani), concedendo inoltre parecchio ai compagni di palco. Anche perché il mood era prepotentemente jazz, con tanta improvvisazione, tanto swing e pure mirati accenni bluesy, ad ogni modo distante dalle atmosfere pop-jazz che l’artista canadese ha frequentato a lungo con profitto.
Diviso tra prima fila di platea e mixer, in veste di nume tutelare, c’era pure il marito Elvis Costello, uno dei geni musicali degli ultimi cinquant’anni: affabile e sorridente, in sgargiante camicia a pois giganti, il cantautore britannico ha acceso in noi fan la fantasia (vana, purtroppo) di un duetto con la consorte. Ma anche senza la sorpresa di un creativo fuori onda matrimoniale, il live è stato di quelli che possono entrare a pieno titolo nel libro dei ricordi migliori di «Tener-a-mente».
In principio arrivavano le vibrazioni suadenti di «I’ve Got You Under My Skin» di Cole Porter, che fu cavallo di battaglia, tra gli altri, di Frank Sinatra. Poi i battiti si facevano più ravvicinati con «I’m Confessin’ (That I Love You)», che in origine era una creazione rockabilly di Buddy Blue & His Texans. Nel prosieguo appariva poi come una scelta precisa quella di alternare brani maggiormente mossi con altri più sincopati, mettendo dunque in fila «Just Like a Butterfly That’s Caught The Rain» (una gemma degli anni Venti), «Just You, Just me» di Nat King Cole (al quale la performer dedicò un intero album, «All for You», nel 1996), «Happiness Is My Weakness» (creazione di Diana medesima), «Let’s Face the Music and Dance» di Irving Berlin, «East of the Sun» (una canzone del 1934, particolarmente amata da Ella Fitzgerald).
Da sola al piano, Krall proponeva quindi la sontuosa ballad «The Look of Love» di Burt Bacharach, salvo poi cambiare ritmo, riparando nuovamente in territori cari a Porter ma con pulsazioni quasi rock, per una rilettura personalissima di «Night and Day». Infine, un solo bis full band, per quasi ottanta minuti in scena, giusto per non esagerare con la generosità. Ma basta e avanza per andare a nanna appagati.



