Maurizio Harari: «Dall’acropoli a Palmira: la voce segreta delle rovine»

Come i monumenti dell’antichità, allo stesso modo le rovine ci parlano. Non solo. Ci ammaliano col fascino di ciò che non è più e ci seducono col miraggio di ciò che è stato. Fra gli studiosi che si sono messi in ascolto di questo linguaggio segreto c’è il professor Maurizio Harari, già ordinario di Etruscologia all’Università di Pavia e direttore scientifico del Museo di Archeologia del medesimo Ateneo. Sarà ospite a Brescia il 27 aprile nell’ambito del corso d’archeologia «Intrecci d’identità» promosso da Fondazione Brescia Musei. Il suo intervento, alle 18 all’Auditorium di Santa Giulia, si concentrerà su «La memoria che rivive. I grandi ritrovamenti archeologici come specchio d’identità collettiva».
Professor Harari, proprio in quanto specchio d’identità, alcuni importanti monumenti hanno subito la distruzione. Quali sono i casi più eclatanti?
La distruzione di monumenti ed epigrafi non è un fenomeno esclusivo della contemporaneità. Sebbene eventi recenti come la demolizione di Palmira o dei Buddha di Bamiyan siano impressi nella memoria collettiva, tali atti si sono sempre ripetuti poiché il monumento è espressione diretta di un sistema di potere e di un’identità ideologica. Di conseguenza, l’assenza di un’opera è eloquente quanto la sua presenza. La spianata del Tempio di Gerusalemme dimostra come un vuoto architettonico possa trasformarsi in una presenza attorno alla quale si consumano confronti feroci.
Come si pone l’archeologia?
In quest’ottica non può essere considerata una semplice evasione intellettuale per nostalgici o un’esperienza puramente estetica per turisti colti che ammirano, chessò, il Partenone. Al contrario, essa è una disciplina intrinsecamente politica e, come tale, porta con sé una potenziale e profonda conflittualità.
Da cosa origina la volontà di distruggere monumenti e cancellare testimonianze?
Le dinamiche di distruzione non sono mai casuali e lo scopo è l’annientamento dell’immagine del nemico e del sistema di riferimento che rappresenta. Sebbene le modalità tecniche mutino, il concetto di damnatio memoriae resta centrale. Tale pratica non riguarda esclusivamente l'antichità romana: basti pensare alle devastazioni compiute dai fanatici cristiani contro le effigi di divinità ed eroi.
Può farci un esempio?
Un esempio emblematico è la Grotta di Sperlonga, dove tonnellate di frammenti scultorei sono stati faticosamente ricomposti per restituire la straordinaria «Odissea di marmo». Non sappiamo con certezza chi sia l’autore della distruzione, ma è probabile che la responsabilità sia da attribuire a fanatici cristiani che hanno scambiato le statue per demoni. In generale i fondamentalismi religiosi sono fra i maggiori responsabili delle devastazioni.
In che modo un monumento passa dall’essere una semplice costruzione a diventare un simbolo attorno a cui una comunità si riconosce?
Un monumento nasce originariamente per comunicare un messaggio specifico, sincronizzato con l’orizzonte culturale del suo tempo. Opere come l’Acropoli o le chiese romaniche sono concepite per parlare al pubblico, trasmettendo contenuti che anche oggi cerchiamo di ricostruire storicamente. Tuttavia, la storia successiva di un manufatto introduce il tema delle rovine, che possiedono una forza comunicativa differente ma altrettanto potente. Le rovine continuano a parlarci, consentendoci di generare meravigliose narrazioni. Un terzo momento fondamentale nella vita di un monumento o di un manufatto è il suo trasferimento in ambito museale. Un momento che è fonte di un curioso paradosso.
In che senso professor Harari?
Perché la conservazione nega il contesto originario dell’oggetto. Qualcosa si perde per strada e viene distrutto quando un oggetto nato per un sito entra nelle sale di un museo. Eppure la sua capacità di comunicazione continua e cambia ancora una volta. Paradosso è che persino l’operazione conservativa per eccellenza sacrifica qualcosa che non si può più ricostruire interamente. L’analisi storica ha il dovere di indagare queste diverse percezioni: quella dei creatori, quella dei distruttori e la nostra.
Come si può far perdurare il mito di un monumento in assenza, dopo la sua distruzione?
Prendo in esempio il caso della città di Atene, che tratterò proprio a Brescia. Sappiamo tutti che i greci hanno volutamente costruito il meraviglioso Museo dell’Acropoli intorno ad un’assenza, quella dei marmi di Fidia, che si trovano in un paio di sale memorabili del British Museum. Un intero museo, quindi, per sottolineare, enfatizzare e in qualche modo sanzionare l’assenza dei frontoni del Partenone, magari anche con l’obiettivo, credo non troppo condiviso dai britannici, di riportarli un giorno ad Atene. Ecco, io trovo affascinante come il vuoto lasciato da sculture importantissime sia stato convertito nella presenza fisica di un grande edificio museale. Questo meccanismo genera un gioco di rinvii tra ciò che è visibile e ciò che non lo è più, trasformando ciò che storicamente c’era in un elemento centrale del dibattito e della percezione attuale.
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