Flores: «Se diritti a rischio si può superare la sovranità degli Stati»

Nessuna potenza deve ritenersi al di sopra di leggi e valori. Nessuno può considerarsi tanto forte da schiacciare chi vuole e come vuole. «Abbiamo il dovere di tenere fermi i limiti invalicabili. La grande scommessa è di superare l’assoluta sovranità degli Stati se questi mettono in pericolo norme di civiltà e di umanità».
Questa la prospettiva delineata da Marcello Flores, già docente di Storia contemporanea alle università di Trieste e di Siena, e con Emanuela Fronza, docente di Diritto penale internazionale all’Università di Bologna, autore di «Caos» (edizioni Laterza), limpido e analitico saggio sulla «giustizia internazionale sotto attacco». Tema attualissimo e spinoso, che sarà al centro dell'incontro con i due autori, mercoledì 10 dicembre, su iniziativa della Camera penale della Lombardia orientale e dall’Ordine degli avvocati, in collaborazione con la Cooperativa cattolico-democratica di cultura. Appuntamento alle 17, nella Sala del camino di Palazzo Martinengo.
Tanto si parla di diritto internazionale, soprattutto per l'invasione dell’Ucraina e per la distruzione di Gaza, eppure il diritto internazionale sembra impotente. I suoi strumenti, la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale, sono così poco conosciute che spesso vengono confuse. Prof. Flores, cosa sta accadendo?
Sta accadendo che il diritto internazionale è tornato di attualità con i due conflitti, ma anche per le scelte fatte dagli stessi organismi. La Corte penale internazionale, che è in funzione solo dal 2002, veniva accusata di occuparsi di quanto accedeva negli Stati africani e non delle azioni degli Stati occidentali. Cosa che invece ha fatto e sta facendo ora. Ciò si scontra con il clima politico degli ultimi quindici anni e che ha portato all'affermarsi di tendenze sovraniste nei singoli Stati, sia per quanto riguarda le loro strutture interne, ad esempio i loro sistemi giudiziari e gli organismi di controllo, sia verso l'esterno e le organizzazioni internazionali. La Corte penale internazionale è venuta a scontrarsi con il clima politico che stiamo vivendo. Gli Stati più grossi, dagli Stati Uniti alla Russia, alla Cina, a Israele, seppur in modi diversi, sono governati da forze sovraniste che rifiutano ogni intervento esterno.
La Corte penale internazionale è finita sotto attacco proprio perché sta svolgendo il proprio compito?
Esattamente. Ci sono ancora motivi di critica verso la Cpi che, ad esempio, non ha indagato su quanto fatto da americani e britannici in Iraq e in Afghanistan. Ma ha certamente colpito il fatto che per la prima volta sono stati messi sotto accusa due leader in carica, come Putin e Netanyahu. Questa la novità che non viene accettata.
Eppure dopo Norimberga sembrava che tutti avessero imparato la lezione della grande distruzione. «Mai più» si diceva. E ora?
Norimberga era la giustizia dei vincitori, giudicava i crimini dei nazisti ma non esaminava quanto fatto dagli Alleati, che pure avevano usato la bomba atomica. Ma Norimberga ha individuato quei crimini che sono stati riconosciuti universalmente come internazionali perché contrari all’umanità. Poi vennero la Convenzione sul genocidio, le quattro nuove Convenzioni di Ginevra del 1949, i due Protocolli del 1977, la Dichiarazione universale dei diritti umani e negli anni ’90 i Tribunali ad hoc sull’ex-Jugoslavia e sul Ruanda. Ma il diritto internazionale sulla tutela dei diritti «nella» guerra si fonda fra il 1945 e il ’49.
La #pace non è solo l'assenza di conflitto, ma un dono attivo e impegnativo, che si costruisce nel cuore e dal cuore. Ci invita a rinunciare all'orgoglio e alla vendetta, e a resistere alla tentazione di usare le parole come armi. Questa visione della pace è diventata ancora più…
— Papa Leone XIV (@Pontifex_it) December 6, 2025
Solo la guerra e i conflitti al centro dell’attenzione?
Non solo, senza diritto internazionale non ci sarebbero comunicazioni, viaggi, commerci... ma sono le questioni penali a suscitare gli scontri più duri. I due strumenti, Cig e Cpi, hanno storie diverse. La Corte internazionale di giustizia, che si occupa degli Stati, è un organo dell’Onu, mentre la Corte penale, che si occupa degli individui, nasce dai trattati fra Stati e solo grazie all’adesione e al sostegno degli Stati può funzionare. Uno dei limiti è proprio che alcuni degli Stati maggiori, che pure fanno parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, non hanno mai aderito, non la riconoscono e la ostacolano.
Molti sostengono che si debba prendere atto della situazione, del dato di realtà. Inutile farsi illusioni.
Il dato di realtà deve fare parte della nostra analisi, ma non può cancellare i valori e le leggi che abbiamo maturato per migliorare il nostro auspicio di un mondo di pace e cooperazione. Con il criterio del dato di realtà dovremmo dire che siccome esistono gli omicidi e le rapine, questi possono anche essere derubricati dal codice penale. Non si può tornare alla legge del più forte, alla lotta di tutti contro tutti, cancellando almeno due secoli di storia. Certo, la giustizia è impotente se non ha il sostegno degli Stati...
Ma ora gli Stati rivendicano totale sovranità, senza regole. Possiamo ancora credere in una giustizia internazionale?
Continuare a credere è necessario... Però poi è importante fare in modo che la giustizia sia operativa. Facciamo dure esempi che riguardano l’Italia. Il primo e più discusso è il caso Almasri: l’Italia non ha dato seguito ad una precisa richiesta. L’altro riguarda la lettera inviata da Italia, Danimarca e altri dieci Paesi europei, che invita la Corte internazionale di giustizia ad adeguarsi alle decisioni politiche dei singoli Stati in materia di immigrazione. Questo è l’esatto contrario dello spirito originario del Trattato di Roma che ha creato la Cpi: superare la sovranità dei singoli Stati se sono a rischio diritti universalmente riconosciuti.
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