Irvine Welsh: «Racconto i ragazzi di Trainspotting prima dell’età adulta»

Lo scrittore scozzese ci svela i retroscena del suo ultimo romanzo, «Men in Love», e annuncia per il 13 agosto l’uscita del suo prossimo libro
Rosario Rampulla
Irvine Welsh durante il recente Salone del libro a Torino - Foto Ansa/Tino Romano © www.giornaledibrescia.it
Irvine Welsh durante il recente Salone del libro a Torino - Foto Ansa/Tino Romano © www.giornaledibrescia.it

L’amore, ah l’amore. Un sentimento feroce, subdolo, delicato. Volgare. Almeno è quello che capita quando a viverlo sono Sick Boy, Renton, Spud, Franco Begbie, Second Prize. Perchégli ineffabili cavalieri neri di «Trainspotting» sono tornati in azione, rimessi in scena da un Irvine Welsh particolarmente ispirato. Che attorno al sentimento più antico che c’è ha costruito «Men in Love» il suo ultimissimo lavoro. In Italia per presentare il romanzo, dopo alcune ospitate in festival letterari (a cominciare dal Salone del Libro di Torino)ha accettato di raccontarsi – via Zoom – al Giornale di Brescia.

Con «Men in love» ha riportato on the road Renton, Sick Boy, Begbie e Spud: cosa rappresentano per lei questi personaggi che sono diventati iconici nella sua produzione letteraria e che somigliano quasi a vecchi amici?

«Più che amici li definirei un modo per capire il mondo in cui ho vissuto. Non penso davvero a questi personaggi finché non decido di scriverne, poi in qualche modo si manifestano da soli. Quando mi siedo e comincio a lavorare a un romanzo o a un racconto, la scrittura diventa il mio modo di capire il mondo».

Lo scrittore Irvine Welsh durante la nostra intervista
Lo scrittore Irvine Welsh durante la nostra intervista

Come mai la scelta di tornare indietro cronologicamente, visto che Men in Love si colloca tra Trainspotting e Porno?

«Quando ho scritto Trainspotting avevo bisogno di una motivazione per finire le storie che avevo in testa, trasformarle in un libro e pubblicarle. Avevo tantissimo materiale accumulato negli anni, ma non avevo mai davvero pensato di farlo uscire. A volte scrivi qualcosa solo per far nascere qualcos’altro. In quest’ultimo romanzo l’aspetto interessante era che i personaggi hanno tutti circa venticinque anni, si stanno innamorando per la prima volta e cercano di vivere l’amore in modo serio, come spesso accade a quell’età. Mi sembrava interessante vedere come affrontano tutti questi grandi cambiamenti della vita: i luoghi, le famiglie, il lavoro, le relazioni, tutte quelle decisioni che definiscono i vent’anni. Questi ragazzi assomigliano alla maggior parte dei giovani uomini: non sono pronti a prendere certe decisioni, forse lo sono ancora meno degli altri. Mi sembrava ci fosse molto materiale interessante da raccontare».

Men in love è ambientato negli anni ’80, periodo in cui – rispetto ad oggi – c’è era forse meno censura sul linguaggio. Come si rapporta al politically correct dei tempi odierni?

È una cosa che non prendo troppo sul serio, onestamente. Oggi le persone sono molto attente all’indignazione, alle reazioni e alla decontestualizzazione. Gran parte di tutto questo riguarda semplicemente il vendere qualcosa, in uno scenario in cui la gente si è entusiasmata moltissimo per i social media. Pensavano: “Avremo potere, riavremo il controllo editoriale”. Ma alla fine è diventato solo rumore. Persone che ripetono continuamente le stesse sciocchezze. Tutto viene decontestualizzato e si perde ogni sfumatura. Per questo i social media stanno già declinando da un paio d’anni e credo che continueranno a farlo. Sono diventati noiosi. Le persone capiscono che molto di ciò che circola è privo di senso. Anche rispetto a due anni fa non hanno più la stessa credibilità. La cancel culture e le aziende hanno alimentato questo fenomeno perché i marchi sono diventati ossessionati dalla propria immagine.

Crede che i social siano una forma di dipendenza?

«In parte sì, ma credo anche che qualcosa stia cambiando, perché le persone stanno tornando a uscire, a vivere le comunità locali, la musica dal vivo, i rapporti reali. Vogliono vedere persone vere, non qualcuno che recita continuamente online. Credo che nei prossimi anni assisteremo a un esodo dal mondo digitale, con più persone che sceglieranno di stare off line e di tornare a vivere davvero, anche se governi e aziende continuano a spingerci a passare sempre più tempo online».

Che cos’è l’amore per Irvine Welsh?

«Amore per me significa entrare in connessione con le persone e con il mondo che ci circonda. Sono queste le cose che rendono possibile la vita. L’amore e l’arte sono espressioni dirette di sé e del legame con tutto ciò che ci sta attorno. Sono la strada principale verso questa connessione».

La copertina di Men in Love
La copertina di Men in Love

Se dovesse dare una definizione di Leith, la zona di Edinburgo dove i suoi romanzi sono in gran parte ambientati, che parola userebbe?

«Leith resta il centro di tutto per me. Se sei nato lì è come avere un magnete dentro. Continuo a sognare quelle strade: Duke Street, Constitution Street, Junction Street. Mi sento sempre attirato verso quella zona, come se ci fosse una forza di gravità che mi riporta continuamente lì».

Lei ha già dedicato un libro a Franco Begbie (intitolato «L’artista del coltello»): pensa di tornare a metterlo al centro di un nuovo romanzo?

«C’è ancora molto di Franco da esplorare. Penso che tra un paio d’anni potrebbe uscire un libro che approfondirà ulteriormente il suo personaggio, un romanzo in cui capirà una volte per tutte che gran parte della sua mascolinità è superficiale e fisica. È questo quello che voglio raccontare».

È già al lavoro per un nuovo romanzo?

«Direi che siamo ad uno stadio piuttosto avanzato: il prossimo 13 agosto uscirà infatti “Can nothing save us?”, un nuovo libro ambientato a Las Vegas».

Se dovesse indicare una canzone per identificare «Men in Love», quale sarebbe?

«In realtà abbiamo realizzato un intero album con la Sci-Fi Soul Orchestra basato sul libro: è possibile ascoltarlo su Spotify. Quindi musica e romanzo si completano a vicenda. In questo periodo io e Bobby Gillespie dei Primal Scream abbiamo appena completato un brano destinato al musical incentrato su Trainspotting».

Quali sono i suoi scrittori contemporanei preferiti?

In generale amo gli autori che scrivono di qualcosa che mi interessa e posso comprendere. Per me John King è uno dei più grandi scrittori usciti dall’Inghilterra. È straordinario: pubblica attraverso la sua casa editrice londinese e non è uno che ama promuoversi troppo. Anche Alan Warner è uno scrittore brillante, uno dei miei preferiti. Per me sono tutte persone straordinarie.

In «Men in Love» Sick Boy si professa tifoso degli Hibernians e della Juventus: anche lei è un tifoso bianconero?

«Non ho una squadra del cuore in Italia, ma se dovessi indicarne una direi il Palermo».

Ha collaborato Sara Polotti

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