Lena Dunham, David Szalay e gli altri: 7 libri da leggere a maggio

Tra i consigli della redazione del Giornale di Brescia ci sono l’autobiografia della regista, il Booker Prize 2025 e il saggio «La promessa» della giornalista italiana, ma non solo: ecco il bookclub del mese
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Il bookclub di maggio
Il bookclub di maggio

Dalle confessioni senza sconti di Lena Dunham in un memoir che attraversa successo, corpo e fragilità alla ricostruzione della lunga storia del suffragio femminile e delle sue eredità incompiute proposta da Marianna Aprile; dalla business novel sulle imprese familiari di Emanuele Lumini ai meccanismi dell’inchiesta noir tra Parigi e gli «italiani di Francia» raccontati da Enrico Pandiani; e poi la distopia cyberpunk di Chi Ta-wei e il romanzo premiato con il Booker Prize di David Szalay, passando per la scrittura di contemplazione e spiritualità laica di Chandra Candiani. In questo bookclub vi proponiamo sette letture, sette sguardi diversi sul presente, tra memoir, saggistica narrativa, romanzo sociale, fantascienza e ricerca interiore.

«Famesick: a memoir»

Di Lena Dunham

(Fourth Estate, 2026, 406 pagine, 20,40 euro)

La copertina di Famesick
La copertina di Famesick

Nei giorni appena successivi alla pubblicazione, la nuova autobiografia di Lena Dunham che finora è stata pubblicata solo in inglese («nuova» perché l’enfant prodige del mondo del cinema e della tv già ne aveva scritta una: «Non sono quel tipo di ragazza») ha riempito le pagine culturali delle riviste. A fare alzare le antenne sono stati i retroscena sui personaggi famosi che le hanno ronzato attorno fin dagli anni della serie Hbo «Girls» (leggasi: la freddezza e l’ira di Adam Driver) e le considerazioni intime sulle sue relazioni, a partire da quella con il producer Jack Antonoff, oggi marito dell’attrice Margaret Qualley. Ma meglio non ridurre questo libro a un urticante salotto: è un memoir intenso, ben scritto, scorrevole e appassionante, come tutto ciò che Dunham produce con la sua scrittura brillante e la sua estetica crudamente realistica.

La parte iniziale è un magnetico racconto degli anni post-college che fa capire cosa significava negli anni Duemilaedieci iniziare a lavorare nel mondo del cinema e cosa significhi ancora oggi scrivere una sceneggiatura. Lei, lì, aveva vent’anni o poco più, e non risparmia sugli errori di gioventù, con nuda dovizia di dettagli (i rapporti sentimentali e sessuali, le amicizie, i problemi con la droga e con il cibo). A un certo punto, inevitabile, arriva anche la sua malattia, che l’ha portata a cambiare aspetto fisico e a stravolgere la sua vita e il rapporto con i media. C’è tutto, quindi, davvero tutto. E così la parabola di vita della creatrice del «Sex and the city» delle ragazze millennial – quelle che sognavano una Ny scintillante e si trovarono in una Manhattan sporca e realistica – diventa un romanzo di formazione che romanzo, tuttavia, non è. E che fa venire voglia di una maratona di «Girls».

Sara Polotti, redattrice Web

«La promessa»

Di Marianna Aprile

(Rizzoli, 2026, 352 pagine, 19 euro)

La copertina di La promessa
La copertina di La promessa

«L’unica volta che ho messo il rossetto è stata per mettere una bomba». È una citazione della partigiana Teresa Mattei, la più giovane delle donne costituenti, a rendere in una frase il senso di una promessa ancora in cerca d’approdo. Quella del voto alle donne, quel suffragio universale che ha fatto breccia nei privilegi declinati esclusivamente al maschile senza però aprire un varco stabile all’eguaglianza. E si chiama proprio «La promessa» il recentissimo libro della giornalista Marianna Aprile. Un saggio che come sottotitolo recita: «Dal suffragio femminile alla prima donna a palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta». Affermazione che la dice tutta sulle conclusioni a cui è arrivata l’autrice.

Svincolata da titolarità accademiche, la Aprile sceglie di utilizzare le storie personali per di affrontare un’analisi che parte da Atena per arrivare a Meloni. Così «La promessa» diventa una Storia di storie, un compendio di ritratti che equamente investono donne di destra e sinistra . Qua e là l’autrice si concede con misura commenti personali e note che rendono più scorrevole una lettura già piacevolissima di suo. Leggendo si scopre che un manipolo d’insegnanti marchigiane nel 1906 arrivò a un soffio dal voto; che fra le prime 10 sindache c’era Alda Arisi di Borgosatollo, mentre castenedolese era Laura Bianchini, una delle madri costituenti. Ma lungi dal limitarsi a scavare, Aprile guarda all’attualità, da Meloni a Schlein. Preconizzando il ruolo di Salis come terzo incomodo fra le due.

Ilaria Rossi, redattrice Cultura

«La regola di Gio. Una business novel sulle imprese familiari»

Di Emanuele Lumini

(Guerrini e Associati, 146 pagine, prefazione di Sergio Luciano)

La copertina di La regola di Gio
La copertina di La regola di Gio

Ha un grande pregio il libro «La regola di Gio. Una business novel sulle imprese familiari» del bresciano Emanuele Lumini: affrontare uno dei nodi più delicati dell’impresa familiare italiana senza il linguaggio del manuale, ma con la forza della narrazione. Non è solo una business novel, è uno strumento di riflessione per l’imprenditore che si trova a dover affrontare il passaggio generazionale. Lumini, commercialista esperto di finanza d’impresa e consulente di famiglie imprenditoriali, sceglie la forma del romanzo per entrare in un tema spesso rimosso. Giorgio, «Gio», è un imprenditore di successo, apparentemente realizzato, che si scopre improvvisamente fragile nel momento in cui comprende che per salvare l’azienda deve cambiare rotta. Il protagonista incarna la generazione di imprenditori del miracolo economico italiano, che ha trasformato il Paese e oggi faticano a immaginare il passaggio del testimone. Uno dei grandi meriti del libro è distinguere tra successione e continuità. La successione è un evento, il trasferimento di proprietà. La continuità è un processo, passaggio di valori, competenze, visione. È qui che il libro diventa quasi una seduta di psicoanalisi applicata all’imprenditoria. Perché il vero nodo non è solo economico-finanziario: è emotivo, relazionale, identitario.

La trama si svolge con ritmo, colpi di scena e svolte narrative che rendono la lettura godibile, ma il cuore del romanzo è nell’analisi psicologica del fondatore. Mettendo a nudo fragilità, ossessioni di controllo, desideri di «immortalità», ma anche le straordinarie capacità degli imprenditori di reinventarsi. È un libro che aiuta a prendere decisioni, una lettura preziosa per chiunque si accinga a governare una transizione generazionale: perché ricorda che il futuro di un’azienda familiare non si eredita, si prepara.

Roberto Ragazzi, redattore Economia

«La terza dimensione»

Di Enrico Pandiani

(Bur, 2025, 311 pagine 311, 13 euro)

La copertina di La terza dimensione
La copertina di La terza dimensione

Tutto sta nel superare l’incipit. Nessuno spoiler, ma questo avvio - per così dire - intestinale mette a dura prova anche i lettori più devoti. Detto questo, fa sempre piacere ritrovare il commissario Jeanne-Pierre Mordenti e la sua squadra, les italiens, una spruzzata impertinente di italianità nel cuore della polizia di Parigi. Oramai felicemente accasato con Tristane, ma ancora incapace di adattarsi al suo nuovo, asettico ufficio al Bastione, Mordenti vede incrinarsi il suo mondo idilliaco quando un inspiegabile triplice omicidio squarcia la notte parigina. A complicare le cose, oltre all’assenza di indizi, la scoperta che l’arma utilizzata è stata realizzata con una stampante 3D. Pur faticando un po’ a decollare, «La terza dimensione» restituisce un Pandiani pimpante, che poi prende il volo per raccontare un’inchiesta ricca di ostacoli e violenza. Il resto lo fanno questi «italiani di Francia», un po’ invecchiati forse, ma sempre irresistibili.

Rosario Rampulla, vice caporedattore

«Membrana»

di Chi Ta-wei

(Add Editore, 2022, 156 pagine, 20 euro)

La copertina di Membrana
La copertina di Membrana

Nel sempre più attuale tema dell’essere umano che incontra la macchina è stata riscoperta anche una perla nascosta degli anni ’90: «Membrana» dello scrittore taiwanese Chi Ta-wei. Tradotto solo nel 2021 in inglese e nel 2022 in italiano il romanzo breve è tornato in auge grazie ad un visione di impressionante attualità considerando che stiamo parlando di un libro che ha appena compiuto 30anni. Storia cyberpunk ambientata nel 2100 in un mondo che è finito sotto gli oceani per colpa del surriscaldamento globale. Protagonista la 30enne Momo, un’estetista futurista del corpo e dell’anima per ricchi, che riallaccia improvvisamente i rapporti con sua madre. Forte il riferimento al capolavoro «Do Androids Dream of Electric Sheep?» di Philip K. Dick che ha ispirato il film cult Blade Runner, con i confini tra umano ed androide sempre più sfumati e il rapporto corpo-percezione di sè stessi che diventa centrale.

Considerato per questo un pietra miliare della letteratura queer in un paese, e in una zona del mondo, dove il tema resta ancora oggi un tabù. Come spesso accade la fantascienza facilita ed alleggerisce temi filosofici che sarebbero molto più complessi da gestire con ambientazioni realistiche ed attuali.

Jacopo Bianchi, redattore Teletutto

«Nella carne»

Di David Szalay

(Adelphi, 2025, traduzione di Anna Rusconi, pagine 330, 20 euro, e-book 10,99 euro)

La copertina di Nella carne
La copertina di Nella carne

Respingente eppure irresistibile. Questa è letteratura, questo è «Nella carne», il romanzo con cui David Szalay ha vinto il Booker Prize 2025. Istvàn ha quindici anni e una relazione con una donna molto più vecchia di lui che finisce con la morte di un uomo e la sua reclusione in un carcere minorile. Ma è solo l’inizio (peraltro non decisivo, contrariamente a quel che si potrebbe credere) della serie di accadimenti che, uno dopo l’altro, formano la vita di Istvàn e che lui sembra subire, pur prendendo alcune decisioni. Come quella di trasferirsi dall’Ungheria a Londra, dopo essere stato soldato in Iraq, in cerca di fortuna.

Comincia qui una sorta di ascesa sociale, in realtà minata da una condizione di fondo che potrebbe essere definita con il titolo del romanzo, nell’originale inglese semplicemente Flesh («carne»). Ovvero una corporalità che contiene sesso e violenza e soprattutto quella mascolinità su cui si è in gran parte concentrata l’attenzione di lettori e critici (anche se l’autore ha detto di non aver voluto calcare troppo la mano su questo tema) e che Adelphi ha scelto di indicare in modo esplicito con la fotografia di un wrestler sulla copertina dell’edizione italiana. Istvàn è infatti «un tipo che incarna una forma di mascolinità primitiva», come gli rinfaccia un altro personaggio. Impossibile empatizzare con lui, che nulla fa a tal fine e niente spiega delle proprie azioni, nemmeno di quella che potrebbe metterlo in una luce migliore. E se il protagonista di «Nella carne» parla meno possibile, anche la scrittura di Szalay procede per sottrazione ed ellissi, con i capitoli che spesso cominciano a fatti già avvenuti (compreso il più doloroso): è il lettore che deve ricostruirli, comprenderne il peso sul presente della narrazione. Un richiamo che va ben oltre quello della «storia» e al quale non si può che rispondere con gratitudine, fino all’ultima pagina.

Francesca Sandrini, vice caposervizio Cronaca

«Questo immenso non sapere»

Di Chandra Candiani

(Einaudi, 2021, 168 pagine, 12 euro)

La copertina di Questo immenso non sapere
La copertina di Questo immenso non sapere

Uno spunto di equilibrio, nel baricentro esatto tra prosa e poesia. «Questo immenso non sapere - Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano» di Chandra Candiani è un libro che potremmo definire di spiritualità non religiosa. Una raccolta «disordinata», per ammissione della sua stessa autrice, ma che restituisce ugualmente unitarietà e senso, forse proprio perché «ogni disordine ha un suo ordine interno e misterioso». In questo senso esso rappresenta plasticamente ciò che ad inizio anni Duemila erano i blog, i cui epigoni resistenti rimangono vivi tuttora.

Il tema centrale prende contorno da una resa: la rinuncia alla volontà di voler capire e controllare tutto, aprendosi così alla meraviglia. Una pratica che, come ha osservato qualche lettore attento, permette di accogliere l’ignoto con fiducia, invece che con paura. È così che frammenti, ricordi, abbozzi di riflessioni contribuiscono a raccontare il legame profondo dell’autrice con il mondo vegetale ed animale, apprendendo lezioni di semplicità e presenza.

Un testo da leggere in dose omeopatiche, per coloro che non disprezzano l’assenza di ordine anche nella vita o per quanti desiderano imparare a tollerarla ed apprezzarla. E se dovessimo scegliere un tratto, che racchiude come in un nocciolo il tutto di questo libro, ritaglieremmo questo: «In un paese con un piccolo lago, c’è un olmo vecchissimo, così vecchio che sono rimaste solo le radici e la corteccia spaccata, all’interno è cavo, come prosciugato. Assomiglia a un anziano signore tutto pelle e ossa. Ai suoi piedi, c’è un cartello di ferro con una citazione di Confucio: «Il momento migliore per piantare un albero è dieci anni fa. L’altro momento migliore è ora». «Ora» è anche il tempo propizio per tenere in tasca «Questo immenso non sapere» e leggerne una pagina.

Giorgio Bardaglio, vice direttore

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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