Ci sono una foto in bianco e nero, ingiallita per giunta. Un mestolo d’argento, antico dono, mai riconosciuto per tale. E un silenzio lungo più di ottant’anni. Ma quella taciuta, per una volta, non è una verità scomoda a uno Stato. Non è la calcolata rimozione collettiva di una pagina storica, quella praticata. Bensì un omissis privatissimo. Judith Hermann, scrittrice nata nella Berlino del 1970, voce autorevole nel panorama della narrativa tedesca contemporanea, nel suo «Indietro nel tempo» (L'Orma Editore, traduzione di Teresa Ciuffoletti, luglio 2026, 144 pagine, 18 euro; e-book 9,99 euro) parte proprio dalla scoperta casuale di uno scatto.
Quello che ritrae suo nonno materno in divisa da Waffen-SS, membro cioè di un’unità nazista condannata per alcuni fra i più tremendi crimini contro l’umanità. La foto lo colloca per giunta in una città polacca, Radom, il cui ghetto ebraico fu cancellato nel 1942, in capo a un paio di giornate: gli abitanti furono tutti deportati o uccisi. Per la scrittrice è uno choc emotivo, ma ancor più l’origine di un dilemma che ruota tutto attorno alla memoria familiare condivisa. O meglio sarebbe dire, non condivisa.
Ai silenzi della madre, anziana ma consapevolmente reticente a dire, riluttante a rievocare persino a se stessa; alle ragioni dei non detti; ai vuoti insondabili e ai suoi paradossi: la ricerca che la spinge proprio a Radom - dove pure incontra scarsa voglia di recuperare gli eventi tragici dell’occupazione nazista - la porta poi fino a Napoli dove vive la sorella archeologa, per definizione indagatrice del passato. Di quello altrui, di popoli antichi, complesso da decifrare ma emotivamente asettico. Non così quello familiare.
Quello di Hermann è un libro che procede a velocità differenti: indugia nella stasi dell’inverno polacco, guizza nel riannodare fili dei ricordi nella primavera campana. Parte sì dai ricordi mancanti di un nonno, allontanatosi anzitempo dalla famiglia, e dal presagio del suo coinvolgimento in un crimine atroce come lo sterminio di 30mila ebrei. Ma progressivamente si amplia, ruotando anzitutto attorno al senso della memoria e della riscoperta di un passato che è tempo da recuperare, talvolta recluso in bolle impenetrabili (Hermann le chiama con espressione tedesca «tasche del tempo», come quella che cela al resto del mondo la natura dell’assenza per due giorni dei suoceri della sorella dell’autrice).
Un libro che non è una caccia ai fantasmi del nazismo, piuttosto un’indagine su quanto viene taciuto e resta sospeso nel nucleo minimo della società, quale è la famiglia, appunto. Un libro che se argina serenamente le accuse rivolte dalla madre alla scrittrice, di aver fatto cioè del nonno un personaggio da romanzo, di fatto lascia aperte quasi tutte le porte alle quali si affaccia. Quasi una consegna al lettore, perché il suo viaggio - indietro nel tempo - divenga spunto per un analogo cammino all’incontrario. Alla scoperta di ciò che di noi stessi e delle nostre radici non conosciamo perché nessuno ha mai ritenuto rilevante raccontarcelo.




