«Quegli ufficiali hitleriani che tornarono a vestire la divisa per film italiani»

Il 24 marzo del 1944, in via Ardeatina a Roma, 335 italiani vennero uccisi per rappresaglia dalle SS guidate da Herbert Kappler. Tra gli ufficiali tedeschi che spararono alla nuca dei martiri delle Fosse Ardeatine vi erano Borante Domizlaff e Karl Hass. Il primo, processato con Kappler nel 1948, fu assolto dal tribunale militare italiano «per aver agito in base a un ordine superiore che non sapeva essere illegittimo».
Il secondo si inabissò in una vita di espedienti, lavorando anche per i servizi segreti americani, e solo a metà degli anni Novanta fu arrestato e condannato all’ergastolo.
Entrambi, tuttavia, nel dopoguerra vestirono ancora la divisa del loro esercito. Lo fecero al cinema, interpretando soldati tedeschi in film che hanno segnato la storia del cinema italiano, come «Una vita difficile» di Dino Risi o «La caduta degli dei» di Luchino Visconti. Lo ha scoperto e raccontato Mario Tedeschini Lalli, giornalista e storico, nel libro «Nazisti a Cinecittà» (Nutrimenti, 320 pagine, 17 euro), una ricerca accurata che ricostruisce le biografie di questi e altri ex hitleriani riciclatisi nel cinema come traduttori, consulenti o attori in ruoli marginali. Tutti nazisti della prima ora, vissuti sempre, come documenta bene l’autore, «in sostanziale continuità e fedeltà» alle proprie convinzioni.
Tedeschini Lalli: come è nata la sua inchiesta?
È iniziata mentre lavoravo sulla cosiddetta «black propaganda» americana e tedesca in Italia, la creazione di giornali e altri strumenti di comunicazione che si fingono ideati dal nemico. Mi imbattei nel nome di Borante Domizlaff, di cui non sapevo nulla: feci una ricerca su Google e, anziché le notizie sul suo ruolo come ufficiale nel comando tedesco a Roma nel 1943-44, uscirono pagine di risultati sulla sua partecipazione a «Una vita difficile»: era nei titoli di testa con nome e cognome. Ho cominciato allora ad approfondire, trovando altri film e altri personaggi.
Domizlaff recitò ne «La ciociara» di De Sica e, come lei ha scoperto, in «Tutti a casa» di Comencini...
La ricerca mi ha portato a quella scoperta attraverso un intricato labirinto di specchi. Partendo da Domizlaff ho incontrato un altro nome, quello di Otto von Wächter, uno dei più importanti esponenti del nazismo austriaco. Inseguendo Wächter sono finito su Hass. Indagando su Hass mi si è rivelato Anton Bossi Fedrigotti, uno scrittore altoatesino nazista che affermava di essere stato consulente militare per alcuni film italiani celebri, tra cui «Il processo di Verona» di Carlo Lizzani. Quest’ultimo aveva invece raccontato che il suo consulente militare era Karl Hass. Ho riguardato allora i film di cui Bossi Fedrigotti diceva di essere stato consulente, nella speranza di trovarci Hass. Tra essi c’era «Tutti a casa»: e lì, invece di Hass, ho scoperto Domizlaff.
Interpretarono in più occasioni soldati tedeschi, anche delle SS?
Hass indossa una divisa delle SS nel primo film in cui appare, «Londra chiama Polo Nord» di Duilio Coletti, del 1955. È un tenente delle SA ne «La caduta degli dei». Nel 1975 recita anche in un docufilm della Rai, interpretando un diplomatico tedesco dell’800. Von Wächter scrive da Roma alla moglie di non buttare i suoi stivali, perché «fanno un sacco di film con questo tipo di accessori». A lui non serviranno: fa una comparsata ne «La forza del destino» di Carmine Gallone, mentre nel film «Donne senza nome» ha il ruolo di un poliziotto militare britannico nella Trieste occupata di fine anni ’40.
Come è potuto avvenire il loro ingresso nel mondo del cinema?
Non ho trovato un disegno preciso, ma piuttosto una serie di circostanze: il bisogno di lavorare e la facilità di farlo nel mondo del cinema, dove si passava da una produzione a un’altra entrando in un giro che aiutava a guadagnare qualcosa. Va chiarito, tuttavia, che la presenza molto marginale di questi personaggi nulla toglie alle qualità sia artistiche sia politico-sociali di molti di questi film, che hanno contribuito a formare la coscienza civile del popolo italiano nel dopoguerra.
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