Gorno: «Con il telespettatore serve un eterno patto di rispetto»

Intervista all’autore e conduttore bresciano, pronto a tornare a novembre con le sue Cronache su Raistoria. «Lavorare in Fininvest mi ha forgiato»
Daniele Ardenghi

Daniele Ardenghi

Giornalista

Cristoforo Gorno - © www.railibri.rai.it
Cristoforo Gorno - © www.railibri.rai.it

C’è un universo i cui confini si estendono dalla «palestra», come la definisce, della produzione di varietà e di concorsi per miss, fino al racconto televisivo dei diluvi universali (plurale voluto), narrati nelle tradizioni asiatiche, e oggi visti «come miti di transizione» dall’uomo cacciatore all’uomo abitatore, dal raccoglitore all’agricoltore, dal nomade all’abitante delle città. In mezzo, la traversata dell’Atlantico di Velisti per caso (Raitre), «l’avventura professionale più difficile dal punto di vista tecnico, con il compito di mandare contributi quotidiani da una barca a vela in mezzo all’oceano atlantico e la sensazione che non ce l’avremmo mai fatta».

L’universo è quello del bresciano Cristoforo Gorno, 63 anni. Dai primi Anni Novanta autore televisivo, e poi conduttore, e uomo nella macchina di produzione per programmi – i più disparati – andati in onda per le reti Mediaset (all’epoca Fininvest), La 7 e Rai.

Da tempo Gorno, peraltro musicofilo, beatlesiano convinto e ottimo tennista (frequenta il Foro Italico, ma quando torna nella città d’origine si concede alcune ore al Brixia di via Scuole), vive a Roma. A Brescia ha abitato in centro, in via Cairoli. Si è diplomato al Liceo classico Arnaldo. A Milano, alla Statale, ha poi studiato Lettere classiche, e si è laureato in Storia delle Religioni del Mondo Antico, con una tesi sul culto di Artemide nell’isola di Taso, in Grecia.

Il 19 novembre torna su Raistoria la serie Cronache, della quale è autore e conduttore, per l’undicesima stagione. In questi anni «le puntate più contemporanee sono state... quelle su Garibaldi», racconta Gorno. Che iniziò nel marzo del 2015 con una puntata sulle Idi di marzo, e in questo tempo ha spaziato – tra storia e mito – dagli imperatori romani a Savonarola, da Ulisse ai Longobardi, da Apollo a Napoleone.

La carriera

Per il piccolo schermo ha fatto davvero tanto. In breve, ha messo mano a programmi di divulgazione scientifica e storica come La macchina del tempo, A tutto volume, Il cielo sopra Sarajevo (Mediaset); Gaia, il già citato Velisti per caso, Kilimangiaro (Rai); Atlantide, La Gaia Scienza, Stargate, Impero, Sfera (La7). È autore di 5000 anni e + (Raistoria), consulente di Kilimangiaro (Raitre) e di Passato e Presente (Raitre e Raistoria).

Dal 2015, come si diceva, scrive e conduce per Raistoria e Raicinque la serie di Cronache. Sempre per Raistoria ha scritto e condotto i documentari Napoleone II, Il grande zero, Repubblica Romana 1849: un romanzo d’avventura. E, poi, I 7 re: la leggenda di Roma, e Catilina, cronaca di una congiura. Infine due lavori su Giulio Cesare, tra guerra civile e De bello gallico. Ha girato il mondo, tra Afghanistan, Bosnia, Egitto, Siria e India.

I libri

Gorno ha inoltre pubblicato due romanzi con Aliberti editore: Nelle mani di un dio qualunque (2011) e In me io mi salvo (2013), ripubblicato di recente con il titolo La favola del cavaliere. Con Railibri ha pubblicato Io sono Cesare, memorie di un giocatore d’azzardo (2019), autobiografia immaginaria, ma non troppo, di Giulio Cesare. Poi, Cronache dall’Antichità, dieci storie dalla guerra di Troia al tramonto degli dei (2020), un approfondimento di temi trattati nelle cronache televisive. Nel 2022, sempre con Railibri, fa uscire il romanzo storico La Spia Celeste, una spy story dell’antichità con, al centro, i rapporti tra Paolo di Tarso e l’impero romano.

Quest’anno ha dato alle stampe un nuovo romanzo, intitolato Dioniso, il dio dei misteri, con la casa editrice Giunti.

Nel 1992 si trovava in Fininvest. In Italia erano anni delicati a livello sociopolitico, e la televisione, a sua volta, stava cambiando radicalmente. Come visse, a livello professionale, quel periodo?

Fininvest, in quegli anni, voleva accreditarsi come nuova istituzione, capace di combinare puro intrattenimento e cultura. Nel 1991 era avvenuta l’acquisizione della Mondadori. Tra le varie cose, mi dedicavo al programma di libri A tutto volume.

Si dice che in quel periodo la televisione privata stimolasse la creatività di chi ci lavorava, è così?

Io ho un ricordo più vivido del dinamismo che si era portati a sviluppare. L’agilità nello sviluppare le cose. Il riferimento, è chiaro, erano sempre gli ascolti. La sensazione di debito che posso provare verso quegli anni è legata al fatto che, in primo luogo, mi venne data la possibilità di lavorare. In seconda battuta, è stato un periodo in cui mi sono fatto i muscoli. Mi sono serviti per il resto del mio percorso. Ciò che si impara dal mondo dell’entertainment torna in qualche misura utile quando si fa divulgazione.

Come era osservare l’Italia di allora, dalla sua posizione? Cosa vedeva?

Un Paese in cui la televisione era di certo più importante di adesso. Ma la realtà è che spesso si cade in un tranello. Quello di ritenere il pubblico meno interessato e curioso di quanto in effetti sia. Se lavori con passione e la trasmetti, il pubblico (grande, medio o di nicchia) ti viene dietro. Oggi come allora. Se c’è passione, le persone ti seguono sempre. È per questo che col telespettatore bisogna stringere un patto di rispetto, al quale va tenuta fede.

Ha parlato della Rai e, tra le tante, di quell’esperienza unica in mezzo all’oceano per Velisti per caso. Cosa porta con sé degli anni a La 7?

Il divertimento e il senso di autonomia creativa. La gaia scienza (conduceva il geologo Mario Tozzi con la collaborazione del Trio Medusa, ndr) è forse uno dei programmi per i quali mi sono divertito di più. All’insegna di una divulgazione allegra e non paludata.

Quali persone, tra quelle con le quali ha lavorato, le hanno lasciato qualcosa di speciale?

Valerio Massimo Manfredi (scrittore, storico, sceneggiatore e conduttore tv, ndr) e David Riondino (cantautore, autore e regista scomparso lo scorso 26 marzo, ndr). Col primo condivido e condividevo la passione per Omero. Cambogia, Siria, Egitto... abbiamo girato il mondo insieme. Del secondo mi ha sempre colpito infinitamente la capacità di mettersi in gioco. È stato un grande poeta. Non abbastanza riconosciuto in vita, forse considerato per ciò che davvero era dopo che è scomparso.

Cristoforo Gorno, autore e conduttore di Cronache - © www.giornaledibrescia.it
Cristoforo Gorno, autore e conduttore di Cronache - © www.giornaledibrescia.it

Poi ancora Rai. E, da quindici anni, la sua creazione Cronache, contenitore del quale sta per iniziare la nuova stagione...

Tutto era nato dal meccanismo narrativo che prevedeva la narrazione di un periodo storico partendo dalla cronaca di un singolo giorno. Un pretesto, appunto, per allargare lo sguardo. Sono in programma quattro puntate autunnali e altrettante in primavera. In estate, come avvenuto nei mesi scorsi, Cronache potrebbe andare poi in replica su Raitre, in seconda serata. La prima puntata sarà sul rapporto tra etruschi e romani, seguendo le orme della storia dell’arte e partendo dal ciclo di affreschi della Tomba François (risalgono al 340-320 a.C.), adesso conservati ed esposti a Roma, al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, dopo essere stati acquistati dallo Stato pochi mesi fa. Sono rimasti «invisibili» per più di 150 anni. In cantiere, una puntata su Diocleziano, imperatore maledetto, che ho realizzato a Spalato, in Dalmazia, Croazia. E sto preparando due puntate da registrare in Turchia, in antichi santuari, sui diluvi universali raccontati come miti di transizione e trasformazione dell’uomo.

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