Esce «Freddo come una macchina» di Whitehead: un estratto del libro

Il romanzo chiude la «Trilogia di Harlem» e scaraventa il protagonista negli anni ’80, in una New York che sta risorgendo da una pesante crisi finanziaria
Colson Whitehead - Foto Chris Close
Colson Whitehead - Foto Chris Close

Il brano che segue è tratto da «Freddo come una macchina» di Colson Whitehead, in uscita oggi in Italia per Mondadori. Siamo a New York nel 1981 e la città sta risorgendo da una pesante crisi finanziaria. Ray Carney è ora uno stimato negoziante che lavora per una catena di negozi di mobili. Quando alla moglie viene negato un prestito in banca, non vede altra via d’uscita che tentare un rischioso colpo. Nel brano lo vediamo impegnato nella sua attività di rivenditore, mentre la sua mente vaga altrove.

Città di notte, 1981

A prescindere dai disegni imperscrutabili del Grande Destino, lui non aveva smesso di amare il commercio di articoli per la casa. «Finché continueranno a produrli» disse, «io continuerò a venderli. Ci sarà sempre un’altra famiglia pronta a tirar fuori i soldi per il suo primo tinello, e io sarò qui per loro.»

«Qualche consiglio per un giovane che voglia aprire un’attività?»

Non ripulire mai una banca di martedì. Una casuale osservazione di Pepper che gli si era piantata nella mente come uno shrapnel. Non gli aveva mai chiesto perché, visto che non apparteneva al settore dei ripulitori di banche, ma la considerava veritiera. Tuttavia non si adattava alle circostanze attuali.

E neanche la seconda cosa che gli venne in mente, una considerazione oziosa che col tempo si era trasformata in un cupo giudizio sull’esistenza: trovare un bel tavolino è più difficile che innamorarsi. Un’idea strana per uno che trattava tavoli – di complemento, da salotto o di altro tipo – e in più conosceva bene le proprietà trasformative dell’amore. Eppure, col passare del tempo, se n’era convinto sempre di più: trovare un bel tavolino è più difficile che innamorarsi. Scacciò quel pensiero. A cosa gli poteva servire? Se lo credeva sul serio, allora che scopo aveva vendere mobili? Era un segreto che metteva in discussione il suo mestiere e rendeva false le sue giornate. Ne aveva parlato una volta con Elizabeth, nell’estate del ’78: dal suo sguardo aveva capito che non doveva parlarne più.

Allora cambiò tattica. Fino a quel punto dell’intervista aveva venduto a “Quality” una versione di sé – il Ray Carney onesto commerciante, imprenditore che si era fatto da solo, come dimostrava quell’angolo tutto suo di 125th Street. Adesso era il momento di vendere alla Sterling una versione di sé stessa, di offrire al cliente quella conferma della propria identità che corona ogni vendita riuscita. Come si vedeva la Sterling?

Argent.

L’Argent, e la sua leggendaria, ultramoderna linea Metropolitan – le poltrone dall’estetica dinamica, i divani e divanetti dai profili curvi, con le morbide finiture color champagne che scintillavano calde alla luce. L’Argent lo aveva sostenuto nei primi anni difficili e aveva pagato l’affitto del loro minuscolo appartamento davanti ai binari della metropolitana, aveva tenuto accese le luci e messo il cibo in tavola. Aveva stregato le famiglie di tutti gli Stati Uniti d’America. La Sterling aveva acquisito l’Argent nel ’68 e l’aveva chiusa – fino alla spettacolare rinascita dell’anno precedente. Erano stati i clienti a pretenderla, un’intera generazione che aveva saltellato, pisolato, scopato e guardato la tv in bianco e nero sui suoi cuscini.

Carney disse: «Non smettere di crescere. Non smettere di lottare. Guarda la Sterling. Alcuni vivono di rendita sulla propria reputazione, ma la Sterling ha riportato in vita l’Argent perché bisogna adattarsi, non ci si può fermare». La gente rivoleva l’Argent come prova che c’erano stati tempi buoni prima di quelli cattivi, prima del declino. Bastava aprire un giornale e scegliere un articolo a caso. La crisi energetica, gli ostaggi – una maratona di disastri. Un tempo le famiglie si sentivano al sicuro nel soggiorno di casa, e forse potevano farvi ritorno.

«L’Argent è un dono che va condiviso con gli altri» disse Carney, «altrimenti perde significato. E ora quanto incide sul bilancio della Sterling? Essere in grado di offrire una cosa del genere è un’occasione bellissima e rara. Ma bisogna rimboccarsi le maniche.» Carney si alzò ed ebbe un capogiro; tutto quell’esaltante parlare di mobili gli faceva salire il sangue alla testa.

Andrew Fisher rifletté sulla sua risposta. «Mi piace» disse.

Piaceva anche a Carney. Non sarebbe mai diventato Rivenditore dell’Anno, e non avrebbe mai ammesso di aspirare a quel premio, però aveva fatto del suo meglio. Se la sbrigò rapidamente con una coppia di bianchi che tentennava davanti a un divano componibile. Non si occupava più delle vendite come una volta, ma l’intervista lo aveva caricato. Le vecchie frasi pronte all’uso, i finti sorrisi stoccati in magazzino. Li accalappiò con un componibile Argent in tre pezzi con rivestimento personalizzato in tessuto floreale Summer Oasis e rotelle bloccabili opzionali. Congratulazioni ai signori Michaels, neoresidenti di Sugar Hill - godetevi la vostra nuova soluzione per il soggiorno.

Traduzione di Silvia Pareschi

«Freddo come una macchina»

© 2026 by Colson Whitehead

© 2026 Mondadori Libri

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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