Foibe e Balcani, il racconto di Emilio nel romanzo di Di Donato

«Unire, cucire, capire, far incontrare quelle che in politichese venivano definite sensibilità diverse. Lui non avrebbe certo alzato nuovi muri, ma indicato una direzione. Una sua via».
«La via di Emilio» è il titolo del nuovo romanzo di Valerio Di Donato. Libro complesso, che ripercorre le strade impervie dei Balcani, attraversa stagioni tremende del Novecento, s’inerpica su ideali infranti e scende nell’intimo di personaggi appassionati. Emilio Sergi, il protagonista, ha 95 anni e vive all’undicesimo piano di un palazzo al centro di Fiume-Rijeka. Dalle finestre di casa vede il golfo del Quarnaro. Alla sponda orientale dell’Adriatico è giunto per caso. Era uno scugnizzo affamato quando decise di fuggire in treno verso Trieste. «Da Napoli, con mezzi di fortuna, mosse il suo sogno di bucare il confine orientale e ridiscendere una terra inquieta come i Balcani. Capolinea: la Grecia. Obiettivo: la rivoluzione». Erano gli inizi del 1947 e per poco il treno sul quale viaggiava, non incrociò, alla stazione di Bologna, il convoglio degli esuli istriani, costretti a lasciare la loro casa e la loro terra, perseguitati e in fuga.

Fuga e disillusione
Emilio, per fuggire dalla povertà, seguiva la rotta opposta. Su questo incrocio di esodi e controesodi, disperazioni e speranze, prende le mosse il ricordo del protagonista, sollecitato da una Voce, che parlandogli dei giuliano-dalmati, spiega: «Scappavano. Ma non come te. Anzi, quel che loro temevano e odiavano era proprio quel che tu invece andavi a cercare con tanto ardore». Emilio venne fermato e costretto a restare nella Jugoslavia di Tito. Per lui anche quella era terra dove sorgeva «il sol dell’avvenire». Ora, a 95 anni, ripesca nel labirinto della memoria fatti che si annodano, vicende che si allineano; limpida è ancora l’analisi. A sospingerlo sono le occasionali interruzioni alla sua vita ormai appartata: le visite dell’ex collega del giornale, le richieste di interventi, una gita con moglie e figlia ai mercatini di Gorizia. Riemergono così avvenimenti e riflessioni. Giornalista, scrittore, poeta, Emilio ha cercato di capire e di raccontare quel che accadeva attorno a lui. È stata la sua forza e il suo tormento, perché nella Jugoslavia di Tito non c’era spazio per la critica, spesso non c’era spazio alcuno per la verità. Finì in carcere, arrestato come «nemico del popolo». Una sessantina erano i lager disseminati in tutta la Jugoslavia, il peggiore era Goli Otok, l’Isola Calva dove vennero richiusi 30mila internati politici, alcuni anche solo perché preferivano Stalin a Tito. Emilio raccontò tutto questo e per questo venne perseguitato. Ma non andò meglio quando la Jugoslavia si sgretolò: conflitti sanguinosi, pulizie etniche, crimini di guerra nei Balcani in fiamme. Non va meglio ora, neppure per la Croazia, che per entrare nel salotto buono dell’Unione europea ha indossato i panni del poliziotto cattivo lungo la rotta balcanica delle migrazioni.

Nei Balcani frantumati e turbolenti i conti della storia sono sempre aperti, anche quelli della Seconda guerra mondiale, quelli delle foibe, che da qualche tempo l’Italia pone al centro della Giornata del ricordo, il 10 febbraio, oggi. Anche per aver raccontato le storie atroci delle foibe, Emilio è finito nel mirino dell’odio. E ora cerca di proporre la sua via: «Rafforzare il clima positivo di riconciliazione messo in atto alla foiba di Basovizza, il 13 luglio 2020, dai presidenti Mattarella e Pahor», risalendo «agli antefatti, alle origini del male che compromise secoli di pacifica convivenza tra le minoranze, fino al precipizio della Seconda guerra mondiale».
Il «vero» Emilio
Sulla via di Emilio, Valerio Di Donato sta camminando da lungo tempo. Iniziò quando era al Giornale di Brescia e si occupava delle pagine di interni ed esteri. Ha anche imparato a non stupirsi più davanti a chi gli chiede come mai si interessi di questi temi, lui che non é giuliano-dalmata o comunque non «di quelle parti». Ha scritto articoli, reportage e ora scrive romanzi, questo è il secondo sulle vicende balcaniche. Cerca, indaga, racconta. Lungo questo itinerario ha incontrato il «vero» Emilio, preziosa guida, perché «per sapere devi leggere, per capire devi andare a vedere». È Giacomo Scotti, giornalista, scrittore, poeta, ammirato e perseguitato per avere scritto quel che accadeva, senza cedere alle narrazioni manipolate dalle fazioni in campo, di là e di qua del Mediterraneo. Il romanzo si ispira alla sua storia e Scotti si riconosce appieno nelle pagine di Di Donato, tanto da essere presente, alla libreria Lovat di Trieste, per l’anteprima.
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