Fingersi ebreo e scoprire l'Olocausto

Il racconto di un soldato inglese prigioniero nel campo confinante con Auschwitz. Finalmente libero dai «fantasmi».

A volte la curiosità spinge le persone a compiere gesti impensabili, sfidando il pericolo senza considerare le conseguenze derivanti dal gesto messo in atto. La Seconda guerra mondiale ci ha restituito molti fatti riguardanti i campi di concentramento attraverso parole, fotografie e testimonianze. Tra queste ultime c'è quella di Denis Avey, un soldato britannico catturato nel 1944 dai tedeschi nell'Africa del Nord. Detenuto militare in un campo confinante con quello di Auschwitz, Avey, dopo aver sentito alcune testimonianze agghiaccianti riportate da alcuni deportati ebrei, un giorno decise di entrare segretamente nell'altra parte (nel campo di sterminio, cioè) scambiandosi gli abiti con un detenuto ebreo.

Avey fece questa fugace esperienza per due volte, poi le vicende belliche cambiarono e per tutti cominciò la fuga e l'arrivo dell'agognata liberazione. Avey in quelle poche ore passate da ebreo poté assistere da vicino al dramma vissuto da coloro che non appartenevano alla cosiddetta razza ariana «eletta»: fame, sporcizia, violenze inaudite, parassiti, il lavoro massacrante al quale i corpi debilitati erano sottomessi. E poi vide la morte, tremenda, assurda.

Questa testimonianza è un libro intenso, che non racconta solo il volontario e breve ingresso di Avey ad Auschwitz, ma è un vero e proprio viaggio nel dramma nella guerra vissuta sul campo di battaglia, in quello di prigionia e durante il ritorno a casa. Dopo la Seconda guerra mondiale Denis Avey si ritrovò a combattere un conflitto del tutto personale contro i ricordi spettrali delle vicende vissute durante gli anni del conflitto. Fantasmi che l'hanno tormentato, rendendo difficile la sua vita e il suo reinserimento nella società.

Un peso che ha tormentato l'ex soldato per molto tempo e dal quale ha deciso di liberarsi raccontando la sua esperienza per far sì che ciò che vide in quegli anni di dramma mondiale non finisca nel dimenticatoio. Una sorta di terapia per pacificare il proprio animo e dire a tutti «mai più quei fatti». Non a caso ci sono voluti più di 60 anni, ma alla fine nel novembre 2009 Avey ha trovato il coraggio di raccontare la sua vicenda facendola conoscere ad altre persone grazie alla collaborazione di Rob Broomby, un giornalista della BBC.

È proprio con l'aiuto di quest'ultimo, che il protagonista di «Auschwitz. Ero il numero 220543» ha potuto incontrare la sorella del giovane ebreo che si salvò dal campo grazie alle sigarette ricevute da Denis durante la prigionia. Una storia toccante quella dell'autore, un'esperienza da ebreo incredibile anche se breve, ma degna - come ogni testimonianza dei sopravvissuti - di essere conosciuta per non dimenticare il dramma vissuto da tutte le innocenti vittime dell'Olocausto.
Viviana Filippini

Auschwitz. Ero il numero 220543

Denis Avey con Rob Broomby
Newton Compton, 288 pagine, 9.90 euro

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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