Aprile: «Mi sono promessa di non vergognarmi mai del mio lavoro»

Che cosa accade fra i moti italici del primo Novecento e l’ascesa di due figure femminili ai vertici della nostra politica? Cosa è servito affinché uno degli specchi della Sala delle Donne di Montecitorio acquisisse finalmente un volto? Ma soprattutto, la promessa fatta col suffragio universale è stata davvero mantenuta?
Ad addentrarsi nelle pieghe di decine di storie che sono la nostra Storia è Marianna Aprile, giornalista di lungo corso e conduttrice di «In Onda» con Luca Telese su La7 e «Amici e nemici» su Radio24. Per Rizzoli è uscito pochi giorni fa il suo saggio «La promessa», che ricostruisce la rivoluzione incompleta che dal suffragio femminile ha portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Lo presenterà il prossimo 30 aprile alle 19 al Palafiera di Gavardo, nell’ambito della rassegna «Un ponte di libri».
Aprile, lei ha scelto di privare il titolo di un aggettivo. Suppone la volontà di lasciarlo alla libera interpretazione del lettore o è una sollecitazione implicita alla politica?
Entrambe le cose. È oggettivo che le italiane stiano meglio rispetto a come stavano prima del 1946: hanno conquistato spazi, voce e posizioni. Ma se ogni promessa è un impegno per chi la fa, lo è anche per chi la richiede a vigiliare affinché sia mantenuta non tanto e non solo sulla carta. Quanto invece, come direbbe Teresa Mattei, di fatto. E se la vediamo così, molte promesse contenute nel suffragio universale ancora devono essere realizzate.
Non essendo una storica, quale metodo l’ha guidata nella scrittura del libro?
Mi ha aiutata partire dal lavoro degli studiosi e delle studiose che mi hanno preceduta. Sono tornata sui libri. Sono tornata alla Biblioteca centrale di Roma come ai tempi dell’Università. Ovviamente non essendo una storica non avevo l’obbligo dell’esaustività, cosa peraltro impossibile, e neppure dell’accuratezza accademica, che non è il mio. E io, tendenzialmente, sto nel mio. Ho selezionato ciò che a mio avviso poteva aiutare a ricostruire le linee lunghe della storia che hanno portato fino a noi, sia a destra che a sinistra.
C’è una figura femminile che l’ha particolarmente colpita?
Tantissime, ma per coerenza al libro rispondo con due esempi, uno collettivo e uno individuale. Ci sono le dieci maestre marchigiane che nel 1906 si iscrivono alle liste elettorali: un incidente della storia che racconta un’epoca. La loro è una vicenda incredibile di lotta, non fatta da intellettuali o suffragiste ma da un normalissimo gruppo di insegnanti. E poi c’è Teresa Mattei, la più giovane delle donne costituenti, con alle spalle il carcere, una violenza e un fratello morto suicida per non cedere alle torture dei nazisti. Una donna che ha deciso in maniera naturale, coerente e indissolubile che nessuno avrebbe deciso per lei. E ha poi fatto in modo che quella cosa se la potessero permettere anche le altre.
Come vede la situazione attuale rispetto ai diritti, non solo delle donne?
È una fase in cui ci viene chiesto di essere molto vigili. In generale c’è una stanchezza nella difesa dei diritti ed è pericolosissimo. La democrazia è faticosa, ma è una fatica che vale la pena fare. Riposarsi quando c’è in ballo la democrazia non porta nulla di buono. Anche perché l’erosione dei diritti è contagiosa, prima o poi riguarda anche noi. E quando difendiamo i diritti degli altri, in buona sostanza difendiamo anche i nostri.
Da giornalista ritiene il linguaggio dei media un ostacolo al cammino femminile?
Nei media non vedo un andamento costante. Ci sono momenti di grande attenzione, spesso legati a mobilitazioni che passano attraverso i social. Ma c’è ancora molta strada da fare perché il linguaggio è difficile da modificare: è una convenzione e in quanto tale ha tempi lunghi.
Proprio sui social lei è spesso bersaglio di commenti accesi. Qual è il tic maschilista che riscontra più spesso?
La reazione pavloviana, quando ti si vuole attaccare, è il corpo. Perché non piace o non è ritenuto adeguato. Di solito se la prendono col mio neo o, grazie allo scivolone di un collega sessista, per le forme. Come se fosse naturale farsi i corpi degli altri. Quando invece dico qualcosa che non piace, soprattutto sull’immigrazione, l’attacco è sempre un’allusione a sfondo sessuale.
Si definirebbe femminista o pensa che servirebbe una parola nuova per descrivere le battaglie delle donne?
Me lo chiedo spesso anche io. Da un lato credo che chiunque si ponga il problema della parità, si possa definire femminista. Ma da tempo intorno a questa parola ci sono incrostazioni respingenti. Quindi non so se sono femminista, ma mi sta a cuore che le donne possano giocarsela alla pari, senza rinunciare a niente per raggiungere i traguardi concessi agli uomini.
Quale è la promessa esistenziale o professionale che si è fatta? L’ha mantenuta?
Mi sono sempre detta che qualora mi fossi trovata a disagio nel posto in cui lavoravo me ne sarei andata, anche in cambio di niente. Anche quando ero una precaria, se mi arrivavano proposte da giornali che non avrei letto e comprato le rifiutavo. La mia promessa a me stessa era che non avrei mai dovuto vergognarmi del mio lavoro e l’ho sempre mantenuta.
Il 30 aprile sarà a Gavardo, ma due giorni dopo ha un impegno decisamente importante…
Sì, il 2 maggio sposerò il mio compagno Cristiano. Quando gliel’ho proposto mi ha detto: «Ma sei sicura? Abbiamo troppe cose da fare». Entrambi abbiamo vite molto piene e questo genere di funambolismi logistici non ci è nuovo. M sono felice di venire a Gavardo, mi distrarrà dalla tensione.
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