Ma che sort de tantumergo!

Ne è passata di acqua sotto i ponti dagli anni dell’oratorio, dai tempi in cui la Santa Messa la si celebrava ancora in latino! Allora per noi ragazzi il curato (che oggi è il «don») era il «domine» e la sua domestica la perpetua. Non c’è niente da fare: la lingua della liturgia qualche traccia sul dialetto l’ha pur lasciata. Un tempo, al posto del più… moderno «so stat al funeral», avremmo sentito dire «so giösta rivat ades del’obit» (dove «obit» è puro latino), durante il quale, oltre ai soliti «pateravegloria», si sarebbe recitata sicuramente anche qualche «rechie» («requiem aeternam dona eis, Domine…»).
Ancora oggi, un periodo di tempo particolarmente lungo è reso spesso in dialetto dall’espressione «agn agnorum», mentre una persona non particolarmente brillante è ora un «tabernacol», ora un «sacrament», ora un «otavare» (l’«octavarium” è una sorta di aggiunta al breviario che contiene lezioni non comprese nel breviario stesso); e la suggestione del vocabolo inusuale basta a dar vita all’altrettanto inusuale significato. Qualcosa del genere avveniva anche quando, difronte alla puntigliosa prosopopea di una persona prolissa, si sbottava con un «Che sort de tantumergo!». Anche i salmi erano spesso citati (naturalmente dopo un inconsapevole adattamento): «essere in cimbali» (di solito per eccessive libagioni) rimanda ai cembali del salmo 150 (in cymbalis bene sonantibus); e il «lavabus» – anche in italiano abbiamo il lavabo – è la deformazione in un improbabile latino dell’apertura del salmo 25 (Lavabo inter innocentes manus meas).
E così anche questa Dialèktika è giunta all’amen!
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